
Rime II
Dura impresa a fornir quest’anni addietro
Ebbe Amore a voler oggetto farmi:
Indi mi assalse con sì lucid’armi,
Che fûro i miei diamanti alfin di vetro.
Or sì dolce prigion da lui m’impetro
Che non cerco altro schermo a ricovrarmi:
Oro, perle, rubin, candidi marmi …
Son l’uscio e ‘l tetto ond’io mai non mi spetro.
Era la libertà sentier di morte …
Questa prigion cammin d’eterna vita:
L’una vil voglia, e l’altra onor governa.
Rete di cresp’or fin testa ed ordita
Mi colse, e man d’avorio ardita e forte
Ebbe ed avrà di me vittoria eterna.
Rime II in prosa
Amore dovette tentare una dura impresa, questi anni addietro, a volermi fare oggetto [dei suoi scopi]: quindi mi ha assalito con così lucide armi da trasformare alfine i miei diamanti in vetro [cioè da abbattere le mie resistenze].
Ora imploro da lui una così dolce prigione che non cerco altro riparo in cui trovare rifugio: oro, perle, rubini, candidi marmi, sono la porta e il tetto da cui mai mi separo.
La libertà era un sentiero di morte, questa prigione un cammino di eterna vita [nell’amore]: una governa la vile voglia e l’altra l’onore.
Una testa fine e ordita di bionde chiome mi ha colto, e mano di avorio ardita e forte ebbe ed avrà di me vittoria eterna.
Messaggio II
Galeazzo mette in questa poesia un nome di donna, Vittoria. Secondo molti commentatori è il nome della donna amata. C’è anche una brevissima descrizione della testa dell’amata: ordita e fine e ornata di bionde chiome.
Il nome si inserisce in perfetta simmetria nelle Rime: nella prima quartina, si parla dell’amore che vince e abbatte le mie resistenze, trasformandole da diamanti infrangibili in frangibile vetro; nell’ultima terzina, il riferimento alla vittoria dell’amore sul poeta. In questa seconda ipotesi, vittoria non è un nome, ma è il giusto riferimento conclusivo della composizione poetica.


