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Vittoria Colonna

Rima XIX

A qual pietra somiglia

La mia bella colonna? Amor ch’è duce

Del pensier mi consiglia

Una che avaro peregrino adduce

Dalla vermiglia riva;

la quale, se avvien che a fervid’onda pura

tosto ogni fervor risolve.

Così questa mia viva

Pietra leggiadra e dura

Raffredda e spegne, se ver me si volve,

Ogni virtù visiva

Ogni rigor che l’intelletto avviva.

A’ colli Lidii in seno

Si cria un sasso che da lor si chiama,

di tal virtude pieno,

che le false sembianze odia e disama.

Ed a’ mortali avari

I difetti dell’or toccando scopre.

Similmente questo freddo marmo,

Con sensi accorti e chiari,

Ciò che il petto ricopre,

Scorge più addentro quanto fuor più m’armo

Di casti fregi e rari,

Perché ben desiar quest’alma impari.

Là ove irriga e stagna

Ponto, tracio pastor un sasso coglie,

Cui s’acqua lava e bagna,

Vivace chioma di faville accoglie,

E dal contrario umore

Virtù riceve a far contrario effetto.

Così dal pianto che m’è cibo e gioco,

Move, con nuovo errore,

Quanto tenero e schietto

Sasso, d’amor un bel tacito foco,

Sì che mi cuoce il core,

Con l’onda che dovria spegner l’ardore.

Altro fra gl’Indi splende

Di maggior pregio, cui pur ch’occhio miri,

La vera imagin rende

Che serba su ne’ cristallini giri,

Con eterne facelle,

Memoria d’un fallace e falso Toro.

Simil valor della mia donna accolto

L’altere luce e belle

Hanno, e i crespi crin d’oro:

che s’io fermo la vista in quel bel volto,

Mille pure fiammelle,

Mille scovo d’amor più vaghe stelle.

Ov’è più ricca e grave

D’or la terra, una felce si ritrova,

Cui pur che ferro aggrave,

Sfavilla e manda fuor facella nova.

Che per natio costume

Può far d’arido legno cener breve,

E là onde scioglie ogni sua forza perde.

Cotal convien ch’allume

Questa di bianca neve

Selce d’onor, in mia stagion più verde.

E m’incenda e consume.

Né paventi d’amor foco né lume.

Nasce tenero stelo

Fra l’onde, e serba l’umiltà natia

Mentre non vede il cielo,

Ma divelto da’ scogli ove si cria,

s’indura all’aere e veste

di molle verga un duro sasso e vivo.

Così quest’aurea palma spiega lieta

Ogni suo don celeste,

Di cui ragiono e scrivo,

Mentre il rio fato la m’invola e vieta:

Quindi prende altra veste

Se a me si mostra, e par che un sasso reste.

Se alta pietà non rompe,

Canzon della mia donna il bel diaspro,

Bramo cangiarmi in scoglio:

Ché discorde da lei viver non voglio.

 

Rima XIX in prosa

A quale pietra somiglia la mia bella colonna? Amore che è guida del pensiero, mi consiglia una [pietra] che l’avaro pellegrino porta dalla riva vermiglia; la quale [la pietra efestite che raffredda l’acqua bollente], se succede che a una fervida onda pura si appressi, subito ogni fervore risolve. Così questa mia viva pietra leggiadra e dura raffredda e spegne, se verso me si volge, ogni virtù visiva, ogni vigore che ravviva l’intelletto.

In seno ai colli della Lidia, si crea un sasso che rende nome da loro [la pietra Lidia che viene usata per determinare se l’oro è vero o falso], pieno di tale virtù, che odia e disama le false sembianze, e agli avari mortali scopre, toccandolo, i difetti dell’oro. Similmente questo freddo marmo, con sensi accorti e chiari, scorge più dentro ciò che ricopre il petto, quanto più fuori mi armo di fregi casti e rari, perché quest’anima impari a ben desiderare.

La dove il mare irriga e stagna, un pastore trace coglie un sasso [la pietra di Tracia sandareso o sandaresco che si accende nell’acqua e si spegne nell’olio], che se l’acqua lava e bagna, produce una vivace chioma di fiammelle e dal contrario liquido [umore] riceve la capacità di fare l’effetto contrario. Così dal pianto che è mio cibo e gioco, muove, con nuovo errore, quanto tenero e schietto sasso, un bel tacito fuoco d’amore, così che mi cuoce il cuore con l’onda, la quale avrebbe dovuto spegnere l’ardore.

Altro di maggior pregio splende fra gli Indiani, cui pure che occhio osservi, rende la vera immagine che si trova su’ nei giri cristallini, con eterne fiaccole, memoria di un fallace e falso Toro. Le altere e belle luci hanno accolto simile valore della mia donna, e i riccioluti bei capelli d’oro: perché, se io fermo la vista in quel bel volto, mille pure fiammelle, mille stelle scorgo più mobili del mio Amore.

Dove più ricca e gravida d’oro è la terra, si ritrova una selce, la quale, quando l’aratro la colpisce [cui pur che ferro aggrave], sfavilla e manda fuori una nuova fiaccola, che per natio costume può in breve incenerire un arido legno, e là dove scioglie perde ogni sua forza. Così conviene che questa selce d’onore illumini di bianca neve, nella mia stagione più verde, e m’incendi e consuma, né abbia paura di fuoco o lume.

Nasce un tenero stelo [il corallo] fra le onde, e serba l’umiltà natia mentre non vede il cielo, ma strappato dagli scogli dove si crea, s’indurisce all’aria e veste di flessibile verga un sasso duro e vivo. Così quest’aurea palma spiega lieta ogni suo don celeste, di cui ragiono e scrivo. Mentre l’avverso fato me la ruba e vieta: quindi prende altra sembianza, se a me si mostra, e par che resti un sasso.

O rima [canzon], se alta pietà non rompe la bella durezza [diaspro] della mia donna, desidero cangiarmi in scoglio: perché non voglio vivere lontano [discorde] da lei.

 

Commento alla Rima XIX

Per la prima volta compare il cognome della donna cui Galeazzo dedica otto poesie d’amore: Colonna. L’indicazione si trova nel secondo verso. Vittoria Colonna, la “diva” del Cinquecento, donna che vari pittori, ancora fino all’Ottocento, dipingono come modello di bellezza.

Vittoria Colonna, nata nel 1490, ha trenta anni di più di Galeazzo, nato nel 1520. Muore nel 1547, quando Galeazzo ha 27 anni. Come emerge dalle otto poesie a lei dedicate, non ha mai condiviso l’amore di Galeazzo.

Qualcuno sostiene che Galeazzo la abbia vista almeno una volta, a Napoli. se questo è vero, questa poesia è la rappresentazione poetica di quello che deve essere successo in quel primo e unico incontro: Galeazzo forse ci ha provato, forse si è solo avvicinato e Vittoria lo ha ghiacciato. Probabilmente per la cattiva reputazione di Galeazzo. Oppure perché presa da interessi religiosi, spirituali e artistici molto lontani dalla frivola vita dei corteggiamenti. Galeazzo la descrive come una pietra, una delle tante pietre preziose e di grandi virtù.

Altri commentatori sostengono che Galeazzo e Vittoria non si siano mai incontrati. In questa seconda ipotesi, Vittoria Colonna assumerebbe nelle rime di Galeazzo la funzione della donna perfetta, la rappresentazione più vicina possibile all’immagine di donna ideale che è presente nelle sfere celesti [cristallini giri].

Io preferisco pensare che Vittoria e Colonna (termini che non appaiono mai insieme nella stessa poesia e, quindi, lasciano ancora uno spazio alla speranza) siano parole come tante altre, non indicazioni di Galeazzo sulla donna irraggiungibile che ama, non riamato.

Perché Galeazzo sparisce, con la sua provinciale grandezza, sparisce di fronte alla grandezza di una donna che ha avuto un ruolo importantissimo, sia nell’arte per avere ispirato un grandissimo come Michelangelo che le ha dedicato delle opere, sia in diplomazia per aver mediato tra personaggi che hanno tentato di ricomporre lo scisma anglicano, sia nella religione per il suo ruolo nel movimento degli spirituali, sia infine nella poesia perché, per quanto meno valida di Galeazzo, nel Cinquecento le era un poetessa acclamata e sopravvalutato, mentre il nostro era sconosciuto.

Perché tifo per l’ipotesi che Vittoria e Colonna siano termini che si ripetono nelle sue poesie perché suscitano immagini congeniali a Galeazzo e non perché indicazioni per indicare la donna amata? Perché non è bello per un ottimo poeta (ottimo, non grande) che, oggi, è considerato il maggiore del Cinquecento e il maggiore tra tutti i petrarchisti, avere scritto delle poesie che portano più a parlare della donna cui sono rivolte che di lui.

Segnalato questo spiacevole problema, nelle prossime poesie in cui Galeazzo introduce il termine Vittoria o il termine Colonna presenterò uno dei vari aspetti della personalità di Vittoria Colonna.

 

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