
Sonetto XXXVI
Se restasse di voi sembianza intera
Nelle carte, ne’ marmi e ne’ colori,
Tal fôra a minor parte degli onori,
Che va di mille e mille palme altera.
L’altra che pinge e cria bellezza vera,
Oro, stelle, onda, ciel, perle, erbe e fiori,
Vien rado fuor: ché ne’ natii splendori
Indarno l’arte d’aguagliarla pera.
Un allertar di spirto, un cenno appena
Non cape già nei marmi, e ne lo stile
Non è di Apelle, ma d’Omero incarco.
Ma se vien nel real petto gentile
Amore, e v’apre il cor con larga vena,
Chi può dir come invola o tende l’arco?
Sonetto in prosa
Se restasse di voi la sembianza intera, nelle carte, nei marmi e nei colori, questo sarebbe a minor parte degli onori, per cui orgogliosa vai di mille e mille palme.
L’altra [parte, la maggiore] che dipinge e crea bellezza vera, oro, stella, onda, cielo, perle, erbe e fiori, viene fuori di rado: perché nei natii splendori invano spera l’arte di uguagliarla.
Un sospiro [allentare di spirito], un cenno appena non entra già nei marmi, e nello stile, non è incarico di Apelle, bensì di Omero.
Ma se viene Amore nel reale petto gentile, e vi apre il cuore con larga vena, chi può dire come va volare [la freccia] o tende l’arco.
Commento
È l’ottava Rima in cui entra il riferimento a una palma (l’albero vittorioso) o a una colonna e, di conseguenza, la critica tradizionale accredita l’ipotesi che anche questo sonetto sia dedicato a Vittoria Colonna. Questo nonostante il fatto che si parli di “mille e mille palme”, cioè di un numero indefinito di alberi vittoriosi. Non sempre gli argomenti dei critici con cui essi attribuiscono una Rima alla diva cinquecentesca sono convincenti. A proposito di questa Rima, Benedetto Croce sostiene che Galeazzo di Tarsia intravvede una sfera che non è quella del pensiero e della logica, né quella del dovere e della virtù, né quella del diletto sessuale, bensì una sfera in cui la poesia percepisce la verità della natura.


