
Sonetto XXXI
Queste fiorite e dilettose sponde,
Questi colli, quest’ombre e queste rive,
Queste fontane cristalline e vive
Ov’eran l’aure ai miei sospir seconde,
Ove che il mio bel sol da noi si asconde,
Sono nude e secche e di vaghezza prive,
E le ninfe, d’amor rubelle e schive,
Lasciate han l’erbe, i fior, le selve e l’onde.
Ponete dunque, o mio pastor, da canto
Le ghirlande, i piaceri, i giochi e ‘l riso,
L’usate rime, le zampogne e ‘l canto.
E tu, dicea Amarilli, in cielo assiso,
Porgi le orecchie al mio dirotto pianto,
Se tu fûr care le mie chiome e ‘l viso.
Sonetto XXXI
Queste sponde fiorite e portatrici di diletto, questi colli, queste ombre e queste rive, queste fontane cristalline e vive dove le arie erano favorevoli ai miei sospiri,
ora che il mio bel sol da noi si nasconde, sono nude e secche e prive di bellezza, e le ninfe, ribelli d’amore [non disdegnavano l’amore dei mortali] e schive, hanno lasciato l’erba, i fiori, i boschi e le onde.
Mettete da parte, o miei pastori, le ghirlande, i piaceri, i giochi e il sorriso, le abituali rime, le zampogne e il canto.
E tu, diceva Amarilli [Maria d’Aragona, moglie di Alfonso d’Avalos], seduto in cielo, porgi le orecchie al mio dirotto pianto, se ti furono care le mie chiome e il viso.
Commento
Il senso del sonetto è il lamento di una donna per la morte del marito. La donna è Maria d’Aragona e il marito è Alfonso d’Avalos, successore del cugino Ferrante D’Avalos (marito di Vittoria Colonna) al comando delle truppe imperiali. Il marito morto viene citato nel verso 5 dove si parla del “mio bel sol” che “da noi si asconde”. Questo ha fatto perdere vaghezza a tutte le cose belle che esistono nel mondo: le sponde, i colli, le rive, le erbe, i fiori, le selve e le onde. Questo pensiero oc cupa le prime due quartine. La prima terzina è un invito ai pastori a lasciare le cose gioiose: le ghirlande, i piaceri, i giochi, il sorriso, le poesie, il canto e le zampogne. Segue nell’ultima terzina la rivelazione che a parlare è Amarilli, soprannome gentile di Maria d’Aragona, marchesa del Vasto (il soprannome non gentile è Draga per il suo carattere deciso). Maria d’Aragona chiude il discorso invitando Iddio ad ascoltare il suo dirotto pianto, “se ti furono care le mie chiome e il mio viso”.
L’ultimo verso è stato interamente ripreso, nei Sepolcri, da Ugo Foscolo, ai versi 244-5 che così recitano:
… E se diceva,
A te fur care le mie chiome e il viso
L’originale verso di Galeazzo di Tarsia è:
Se ti fûr care le mie chiome e ‘l viso.
Altri utilizzi di Foscolo sono individuati in altri sonetti di Galeazzo, ma si tratta di piccole cose. Per esempio, si attribuisce a un prestito da Galeazzo di Tarsia il famoso “Vero è ben, Pindemonte” con cui Foscolo apre il 16° verso dei Sepolcri. Solo che, si precisa, da Galeazzo Foscolo avrebbe preso solo il termine “Ben” con cui il nostro apre il XXVI sonetto:
Ben ci scorse ria stella e ben sofferse,
Solo che avrebbe Foscolo potuto prendere questo “Ben” anche dal Canzoniere di Petrarca, rima LXIX; verso 1 dove si legge:
Ben sapea io che che natural consiglio
Oppure da Giovanni Della Casa, Rime, XI:
Ben mi scorgea quel dì crudele stella
In effetti, questo “Ben” è spesso usato nella poesia italiana di ispirazione petrarchesca. E mentre i petrarchisti lo pongono sempre a inizio verso, e da solo, e a volte lo ripetono in simmetria nello stesso verso, come fa Galeazzo, Foscolo ne fa un uso più originale perché lo unisce in un’espressione più ampia: “Vero è ben”.
Interessante anche il fatto che la poesia finisce con una citazione di Amarilli, soprannome dedicato da alcuni poeti contemporanei a Maria d’Aragona, marchesa del Vasto. Questa, a Napoli, faceva parte di un circolo letterario e religioso che faceva riferimento a Giulia Gonzaga e Vittoria Colonna. Questo circolo, forse, è stato il punto di contatto o di incontro tra Galeazzo e Vittoria Colonna. La citazione di Maria d’Aragona mostra che Galeazzo ha ascoltato le discussioni che vi si tenevano e che erano non solo letterarie, ma anche religiose.
Il periodo dell’incontro tra Vittoria Colonna, se mai c’è stato, e Galeazzo deve essere avvenuto tra il 1546, anno della morte di Alfonso d’Avalos e anno del ritorno di Maria d’Aragona a Napoli, e il 1547, anno della morte di Vittoria Colonna. Ovviamente, nell’ipotesi che questo incontro sia avvenuto a Napoli e che ci sia mai stato. Altrimenti, l’incontro non è mai avvenuto, e Galeazzo ne ha solo sentito parlare oppure è avvenuto altrove e in tempi molto precedenti.


