
Sonetto XXXVIII
O felice e di mille e mille amanti
Diporto e di real donne diletto,
Albergo memorabile ed eletto
A diversi piacer quest’anni avanti;
Or di paura, d’ira e di sospetto,
D’odio di crudeltà solo ti vanti,
Ed abisso di tenebre e di pianti
Sei fatto, al popol vile anche in dispetto.
Così in altra stagion altra sembianza
Ti ha dato il tempo, ed io nel tempo addietro
Fui pur simile a te, se ben risguardo.
Or di man m’è caduta ogni speranza,
E conosco quantunque indarno e tardo,
ch’ogni nostro diletto è un fragil vetro.
Sonetto XXXVIII in prosa
O felice e di mille e mille amanti [luogo di] svago [diporto] e diletto di donne reali [o regali?], albergo [Castel Capuano in Napoli] memorabile ed eletto a piacere a diversi negli anni passati [quest’anni avanti];
or di paura, d’ira e di sospetto, d’odio, di crudeltà solo ti vanti, ed abisso di tenebre e di pianti sei fatto, tenuto in dispetto anche dal popolo umile [vile].
Così in altra stagione, altra sembianza ti ha dato il tempo, e io nel tempo addietro sono stato pur simile a te, se ben rammento [risguardo].
Ora mi è caduta di mano ogni speranza, e conosco quantunque invano e tardi che ogni nostro diletto è un fragile vetro.
Commento XXXVIII
Nel 1549, Galeazzo di Tarsia subisce un secondo processo. Per la seconda volta, viene condannato e messo in prigione. La prima volta era stato inviato alla prigione di Lipari e poi liberato per il bisogno che gli Spagnoli avevano di militari. Questa volta a quella di Castel Capuano a Napoli. anche da qui sarà liberato, per lo stesso motivo del bisogno di militari. Ma questo seconda liberazione costituirà la goccia che farà traboccare il vaso: la popolazione di Belmonte Calabro e dintorni si convincerà che denunciarne le malefatte e farlo condannare non basta (tanto viene liberato) e si libererà di lui con una ribellione, nel corso della quale, egli sarà ucciso da due fratelli: Giovan Battista d’Alagno e Giovanni Antonio d’Alagno. Essi avrebbero ricevuto l’aiuto di un numero imprecisato di complici rimasti sconosciuti perché non indicati nella denuncia. L’unica ipotesi in campo, per giunta non suffragata da documenti, è che il delitto sia collegato ai fatti di Amantea del 1547 per i quali Galeazzo III era stato inquisito e condannato (per essere poi graziato dopo breve tempo).
Questo Castel Capuano, di cui parla in questo sonetto, e che paragona a se stesso, era stato una reggia, poi trasformata dagli Spagnoli in un tribunale e in un carcere. Nel sonetto, Galeazzo arriva a paragonarsi al castello: questi sarebbe simile a quello che Galeazzo era stato prima. Non più reggia, infatti, il castello diventa tribunale e prigione. Quindi, luogo di paura, di ira e di sospetto, luogo in cui ciascuno si vanta solo dell’odio e della crudeltà. Ma anche abisso di tenebre e di pianti.
Rivolgendosi direttamente al castello, Galeazzo lo descrive nel suo prima che era felice e luogo di divertimento di donne regali o reali: il tempo ti ha dato altra stagione e altra sembianza e io, se mi guardo dentro con attenzione, sono stato simile a te.
Ora, questa similitudine può essere riferita a come è il castello adesso: io, Galeazzo, sono stato nel passato simile a quello che il Castel Capuano è adesso (un luogo di violenza, odio, dolore e disperazione). Ma può anche riferirsi a come il castello è stato, prima e dopo il mutamento. Lo suggerisce l’ultima terzina, nella quale il poeta centra l’attenzione sulla fragilità delle umane cose, cioè sul fatto che si può passare facilmente dal diletto al dolore.


