
Sonetto III
Io benedico il dì che il cor m’apriste,
Man bianche e molli; e te, veloce e presta
A legarlomi poi, cresp’aura testa;
Occhi, e più voi che di bel fovo empiste
Quest’occhi miei, ond’a far poi veniste
Che dal pianto la torbida tempesta
I vaghi fiori e verd’erbe di questa
Falda di monte rese umidi e triste:
Poiché il primo desir che di voi m’ebbe,
Vestito alfin d’un amoroso lume,
Ripiglia qualità più bella e pura,
Forse come animal, che a viver ebbe,
alcun tempo col manto altra natura,
Entrò già verme, ed or veste le piume.
Sonetto III in prosa
Io benedico il giorno in cui mi apriste il cuore, mani bianche e molli: e te, testa bionda [cresp’aura testa], veloce e rapida a legarmi a te; Occhi, e più voi che avete riempito di bel fuoco
Questi occhi miei onde poi veniste a fare che dal pianto la torbida tempesta rese umidi e tristi i vaghi fiori e le verdi erbe di questa falda di monte:
poiché il primo desiderio che ebbi di voi [quello sessuale], vestito alfine di un amoroso lume, riprende qualità più bella e pura,
forse come animale, che vivere ebbe per qualche tempo con un manto di altra natura, entrò verme e uscì vestendo le piume (si trasformò in farfalla).
Commento III
Parto da un’espressione usata nel terzo verso del sonetto: cresp’aura testa.
Non è la prima volta che un sonetto presenta un’espressione simile. C’è anche nel Sonetto II: cresp’or fin testa. La si è già trovata anche nel sonetto IV: chiome d’or. La si troverà nell’VIII (chioma bionda), nel XIV (chioma di sole), nella XIX rima (crespi crin d’or) e nel XLVII (i capei biondi).
Sono tanti i componimenti in cui Galeazzo di Tarsia parla di una donna bionda. E sembra che Vittoria Colonna fosse con i capelli castani (almeno così appare nelle sue immagini più note). Quindi, non si dovrebbe sostenere che si tratta della diva del Cinquecento. Ma c’è il fatto che in due sonetti, in cui si parla di capelli d’oro (il II e il IV), c’è un riferimento alla vittoria (entrambe le volte nell’ultimo verso), e in una rima, in cui si parla di crespi crin d’oro, nel secondo verso c’è un riferimento a una colonna (anzi un esplicito riferimento a “la mia bella colonna”), che viene considerata indicativa del fatto che la poesia è riferita alla Marchesa di Pescara.
A parte il nome della donna cui il sonetto è dedicato, questo parla del felice giorno in cui la donna amata ha aperto il cuore del poeta all’amore, poi degli occhi che lei ha riempito di fuoco, per pori rendere umidi di pianto e tristi gli occhi del poeta non riamato.
Infine il paragone tra il cuore del poeta per il quale il primo desiderio della donna è sempre carnale e sensale, per poi elevarsi a spirituale, cangiandosi di natura; così come il bruco che si trasforma in una farfalla.


