
Sonetto XLVII
Donna, che di beltà vivo oriente
Fosti ed al fianco mio fidato schermo,
E quasi incontra il mondo saldo e fermo
Scoglio che forza d’aquilon non sente,
Dopo il ratto, inchinarti in occidente,
Risguarda in questo colle oscuro ed ermo,
Ove piangendo vo. Stanco ed infermo,
I capei biondi e l’alme luci spente.
E se del tuo sparir quinci m’increbbe,
Vedrai nel mezzo del mio cor diviso
Come il dolor vie più con gli anni crebbe.
Tempo ben di scovrir nel tuo bel viso
Altr’aurora, altro sole ormai sarebbe,
E riposarmi nel tuo grembo assiso.
Sonetto XLVII in prosa
Donna, che fosti viva fonte [oriente] di bellezza e fidato schermo al mio fianco [nell’incerto cammino della vita], e quasi incontro al mondo, saldo e fermo scoglio che non sente la forza dell’aquilone [il vento si settentrione],
dopo il subitaneo inchinarti in Occidente [dopo l’improvvisa morte], risguarda [guardami] in questo colle oscuro e solitario [ermo], dove vado piangendo, stanco e infermo, i capelli biondi e le vitali [alme] luci [che io sono solito guardare] spenti.
E se mi rincrebbe la tua sparizione da questo luogo [del tuo sparire quinci], vedrai come il dolore, nel mezzo del mio cuore diviso, con gli anni crebbe sempre di più.
Sarebbe, per me, già tempo di scoprire nel tuo bel viso altra aurora, altro sole e riposarmi disteso [assiso] sul tuo grembo.
Commento XLVII
Sonetto scritto in memoria della moglie, Camilla Carafa, che muore nel 1549, dopo sei anni di matrimonio. Siccome il poeta parla di un dolore crescente negli anni, deve essere stato scritto nel 1551 o nel 1552. In questo sonetto si fa riferimento ai capelli biondi (verso 8) della donna. Quindi, il colore biondo non è riferito esclusivamente a Vittoria Colonna. È probabile che i canoni della bellezza che Galeazzo seguiva erano quelli che lo portavano a considerare segno di maggiore bellezza il coloro biondo delle chiome e che questi colori appartenevano alla moglie e, forse, pur non appartenendo a Vittoria Colonna (che sembra essere stata castana), egli le attribuisce comunque il biondo. Perché se il canone di bellezza prevede che le donne di maggior bellezza è il biondo dei capelli, questo biondo deve essere il colore anche della Diva, donna bella per eccellenza, del XVI secolo.
Alcune espressioni di questa poesia sono tratte da una Rima di Pietro Bembo (Rime CLXII), scritta in occasione della morte della Morosina. Un’espressione viene presa anche dal Canzoniere di Petrarca (CCXLII). Le similitudini sono tra il verso 6 di Bembo (dopo ‘l quindi sparir dei raggi tuoi) e il 9 di Galeazzo (e se del tuo sparir quinci m’increbbe); l’espressione al verso 50 di Bembo (fidata scorta) diventa l’espressione del verso 2 di Galeazzo (fidato schermo) ed ha lo stesso significato; il verso 7 del Petrarca (di scemar nostro duol che ‘nfin qui crebbe) diventa il verso 11 di Galeazzo (come il dolor vie più con gli anni crebbe). Infine, al verso 6, Galeazzo mette insieme nello stesso verso, anche se non nella sequenza poi utilizzata da Leopardi colle ed ermo (risguarda in questo colle oscuro ed ermo) che già aveva usato nell’ultimo verso del sonetto XII (che da quest’ermo colle io vi sospiri) nella stessa sequenza in cui viene usato da Leopardi nel verso 1 de L’Infinito (Sempre caro mi fu quest’ermo colle).


