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Una poesia e due epigrammi attribuiti a Platone

Sonetto XLVI

Donna, che via già portavi i giorni

Chiari negli occhi ed or le notti apporti,

Non son spenti i tuoi splendori o smorti,

Ma nel grembo del ciel fatti più adorni.

Tu Lucifero in questi almi soggiorni

Rotavi lieta: or che spariti e torti

Sembrano i lumi tuoi, da’ freddi e morti

Espero stella a folgorar ritorni.

Ma io m’acqueto meno ove più luci,

Ché l’alma, usa appagarsi in tutti i sensi,

Non s’arresta nel ben del veder solo.

Almeno un di quei cerchi alti ed immensi

Foss’io, vivo o dopo’ l’ultimo volo,

Che ti portassi al cor per mille luci.

Sonetto XLVI in prosa

Donna, che [da viva] già via portavi i giorni luminosi negli occhi e ora [da morta] porti le notti buie, non sono spenti o smorzati i tuoi splendori, ma sono fatti più belli nel grembo del cielo.

Tu Lucifero [il pianeta Venere la mattina, cioè nel tempo di vita della Donna] in questi nobili [almi] soggiorni ruotavi lieta: ora che spariti e volti altrove [torti] sembrano gli occhi tuoi, dal regno dei trapassati come stella Espero [il pianeta Venere la sera, cioè nel tempo di morte della Donna] torni a sfolgorare.

Ma io mi acquieto meno dove più luci, perché l’anima, usa appagarsi in tutti i sensi, non s’arresta nel bene del solo vedere.

Almeno io fossi uno di quei cerchi alti e immensi, vivo o dopo l’ultimo volo, che ti portassi al cuore con mille luci.

 

Commento XLVI

Questo sonetto è costruito in modo molto complicato e dotto perché riprende due epigrammi attribuiti a Platone. Come? Prima si parla della Donna, con la D maiuscola, quasi un nome con cui indicarla per sostenere che, da viva, portava la luce del giorno, mentre, da morta, porta il buio della notte. Dopo aver affermato questa trasformazione, si opera, nella seconda quartina, l’imitazione dell’epigramma di Platone nel quale si sostiene che il pianeta Venere, la mattina, quando appare con il nome di Lucifero, brilla tra i vivi e per loro, mentre, la sera, quando appare con il nome di Espero, brilla tra i morti e per loro.

Segue, nella prima terzina, la descrizione dell’insoddisfazione del poeta che si acquieta poco dove può solo vedere la luce della stella.

L’ultima terzina è costruita su un secondo epigramma di Platone che sostiene che, nel cielo, si guardano le stelle e si sceglie tra esse la propria stella. Implicito è anche il contrario che ciascuna stella guardi noi. Da questa constatazione la conclusione e il desiderio di voler essere il cielo e poter guardare con mille luci, cioè con mille stelle. In questo modo, sia da vivo che dopo la vita, cioè da morto, egli avrebbe potuto portare la visione della Donna attraverso mille (infiniti) sguardi.

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