
Sonetto XI
Fugace ben! Poc’anzi era io beato,
Questo monte fiorito: or ch’io son privo
Di lei, che mi pregiò un tempo, or hammi a schivo,
Ei nudo e secco, io tristo e sconsolato.
Pur aspetta ei dal ciel più lieto stato,
io dal sol de’ begli occhi ardente e vivo,
Ché tutto il ben per cui felice io vivo
Sen fugge e riede col bel viso amato.
Ritorna certo il sol, ma l’altro lume
Non già, ch’Amor, che lui com’ombra corpo
Segue, corso e pensier cangia colore.
Cruda, mi fuggi, ed io m’agghiaccio e torpo:
Almen quest’occhi avesser ale e piume,
Che ti seguissero come ti segue il core.
Sonetto XI in prosa
Bene fugace! Poco innanzi io ero beato [e] questo monte [era] fiorito; ora che io sono privo di lei, un tempo mi aveva in pregio, ora mi schiva, egli nudo e secco, io tristo e sconsolato.
Pur aspetta egli dal cielo stato più lieto, io dal sole ardente e vivo dei begli occhi, perché tutto il bene per io vivo felice, se ne fugge e ritorna al bel viso amato.
Ritorna certo il sole, ma l’altro lume non più [ritorna], perché Amore, che lui segue come l’ombra [segue] il corpo, direzione e pensiero cambia colore.
Crudele, tu fuggi, ed io mi paralizzo agghiacciato: almeno questi occhi avessero ali e piume che ti seguissero come ti segue il cuore.
Commento XI
Il poeta paragona i propri stati d’animo, il contrasto tra la gioia e il dolore, tra l’amore e l’abbandono, a quelli della natura, come gli appaiono, in diverse stagioni, su di un colle. Questo, in succo, il contenuto del sonetto.
Lo specifico riferimento a un colle implica la necessità di avanzare un’ipotesi circa il luogo in cui si trova questo colle. L’ipotesi più probabile è che si trattasse del colle dove si trova il castello di Belmonte o immediatamente dietro, nei luoghi in cui egli, presumibilmente, si recava a cavallo. Dalle mura del castello o durante queste cavalcate, deve avere notato i mutamenti intervenuti tra il colle come era qualche tempo prima e come era in un secondo momento e questo gli ha dato lo spunto di partenza del sonetto e lo svolgimento dello stesso.
Quando il colle era fiorito, in primavera, stagione degli amori, il poeta era beato perché innamorato. Poi, quando la donna lo ha lasciato, egli si è sentito triste e sconsolato, mentre il colle diventava secco. Come il colle aspetta la primavera per rifiorire, anche il poeta aspetta che si ripresenti una condizione migliore per mezzo del ritorno della donna amata.
Ma mentre per il colle, con il ritorno del sole primaverile, ci sarà sicuro ritorno della primavera, per il poeta questa sicurezza non c’è. Perché l’amore non segue le stagioni.
Anche in primavera, la mancanza d’amore lo agghiaccia e lo intorpidisce [più precisamente “lo paralizza agghiacciato”]. M’agghiaccio e torpo è l’endiadi posta al 12 verso del sonetto (una figura retorica che mette insieme due sostantivi o due verbi coordinati al posto di un sostantivo e un aggettivo, oppure di un sostantivo e altro termine unito da un complemento di specificazione). La stessa endiadi (m’agghiaccio et torpo) è usata da Petrarca nel sonetto CCCXXXV, verso 11, con titolo dato, dal primo verso, “Vidi fra mille donne una già tale”.


