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Nel XIII sonetto le chiavi di lettura della poesia di Galeazzo

Sonetto XIII

 

Ove più ricovrare, Amor, poss’io

Da’ tuoi spesso che ordir lacci mi suoli?

Qual più riposta parte ov’io m’involi,

Omai fia non mortale al viver mio?

Stavami in questo scoglio alpestro e rio

Co’ miei pensieri scompagnati e soli,

Né chioma d’oro più, ne ardenti soli

Temea, quando lo stral primiero uscio.

Così reso a me stesso, altrui ritolto,

Come servo fedel che franco viva,

Tutto lieto men già libero e sciolto.

Or due begli occhi, e un volto umile e grave

Di peregrina giovanetta schiva

M’han colto, quasi augel ove men pave.

 

Sonetto XIII in prosa

Dove più posso difendermi, Amore, dai tuoi lacci che spesso sei solito intessermi? Quale può essere la più nascosta parte ove io mi rifugi, che ormai non sia mortale per il mio vivere?

Me ne stavo in questo scoglio alpestre e ostico con i miei pensieri scompagnati e soli, non temevo chioma d’oro, né soli ardenti, quando la prima freccia [di Cupido] è uscita [a colpirmi].

Così reso [a] me stesso, sottratto ad altri, come servo fedele che viva affrancato, tutto lieto meno che già libero e sciolto.

Ora due begli occhi, e un volto umile e pensoso di pellegrina giovinetta schiva mi hanno colto, quasi uccello ove meno teme.

 

Commento XIII

A dispetto di quanti parlano dell’amore platonico di Galeazzo di Tarsia, per Vittoria Colonna, e di quello per la moglie Camilla, come le uniche fonti ispiratrice delle sue poesie d’amore, all’incipit di questo sonetto è contenuta un’innegabile confessione: “Ove più ricovrare, Amor, poss’io da’ tuoi spesso che ordir lacci mi suoli?” Insomma, questo sonetto è interamente delicato all’amore per una donna, una giovanetta schiva, diversa dalla moglie e da Vittoria Colonna.

Su questa chiave di lettura si muove il saggio scritto da Stanislao de Chiara, [in un volume di Autori Vari, Miscellanea di Studi Critici edita in onore di Arturo Graf, Istituto Italiano di Arti Grafiche, Bergamo 1903, pp. 257-265]. Anche se, poi, questi distingue vari periodi nella vita di Galeazzo: quello della “età fiorita” (espressione presente nel sonetto XV), prima del matrimonio con Camilla, e quello in cui è “vecchio e infermo” (espressione presente nel sonetto XXIII) e, nel mezzo tra i due, il periodo del matrimonio e dell’amore platonico per Vittoria Colonna.

De Chiara sostiene che in quei due periodi precedenti il matrimonio, il modo di amare di Galeazzo è stato quello descritto nel sonetto XIII, cioè con frequenti cambiamenti degli interessi, quindi amori verso donne che non sono state eccezioni, ma situazioni verificatesi sovente.

Perché Amore, come dice nei primi due versi, lo ha tentato spesso e lo tenta ancora. Spesso è il termine chiave per De Chiara, anche se lo studioso si sbaglia (fuorviato anche da quel “vecchio e infermo”) in quanto considera l’autore del Canzoniere il nonno (Galeazzo IV, Barone di Belmonte) del vero Galeazzo (VI Barone di Belmonte). Tanto è vero che in questo saggio, commentando il sonetto XLI (Già corsi l’Alpi gelide, canute), precisa in nota che il sonetto è stato scritto intorno al 1493. Il nonno, come si sa, nasce nel 1450 e muore nel 1513 ed è stato anche lui poeta (o forse soltanto, come amava dire Diego Valeri, temperamento poetico). È difficile, però, pensare che, il nonno, nel periodo intermedio della sua vita, abbia potuto amare Vittoria Colonna che nasce nel 1490 e ha solo 23 anni quando il IV Barone di Belmonte muore.

Ma torniamo a quella data di un sonetto che, insieme ad altri, ho definito politico: “intorno al 1493” (De Chiara 193, 258, nota 2). Il secondo verso, che De Chiara colloca tra parentesi (1903, 259), non mi sembra possa essere precedente al 1494 perché fino a un attimo prima della calata di Carlo VIII di Francia in Italia, gli Italiani, soprattutto le loro élite, si sentivano sicuri dietro la protezione delle Alpi. Poi, come suggerisce Galeazzo, Carlo VIII, come Annibale, viola quelle Alpi e fa ritornare, di prepotenza, quella che io preferisco chiamare “la paura del nemico che viene d’oltralpe”. Quindi, anche sulla datazione del sonetto, dissento da De Chiara: primo perché, al 1493, Galeazzo di Tarsia, VI Barone di Belmonte, non era ancora nato; secondo perché, sempre a quella data, quel secondo verso contrastava con la realtà psicologica degli Italiani i quali si accorgono solo quando la cosa diventa irrimediabile che le loro difese naturali non sono sufficienti a dare loro sicurezza. Anzi, oserei dire che questo glielo spiega Niccolò Machiavelli con la pubblicazione de Il Principe, nel 1513. Quindi, il sonetto XLI non può essere stato scritto nel 1493, ma almeno venti anni dopo, e nemmeno può essere stato scritto da Galeazzo di Tarsia IV Barone di Belmonte, bensì dal nipote.

Si può, invece, concordare con la seconda tesi di De Chiara: che i sonetti per Vittoria Colonna mancano “di sincerità e di affetto” (1903, 258), a differenza dei sonetti dedicati alla moglie nei quali si vede che “il poeta è riscaldato da un affetto sincero” (De Chiara 1903, 258). Nei primi, insiste De Chiara, Galeazzo seguirebbe la moda e i modelli del tempo, mentre nei secondi egli “segue solo l’impeto del suo cuore e parla come amor gli detta” (1903, 258). A patto di escludere che sia dedicato a Vittoria Colonna qualche sonetto contenente il termine vittoria o il termine colonna. Cosa che De Chiara sostiene (1903, 263), subito dopo aver riportato un esempio: il sonetto II che si chiude con l’ammissione che una rete di crespo oro (una testa ornata di capelli biondi) “ebbe ed avrà di me vittori eterna”. De Chiara sostiene che questo termine, vittoria, va inteso nel senso letterale e non implichi alcun riferimento a Vittoria Colonna (De Chiara 1903, 262).

Ovviamente, e prudentemente, De Chiara sostiene che qualche sonetto dedicato a Vittoria Colonna era “non privo di bellezza” (1903, 264).

A mio parere anche questi versi dedicati alle passioni extraconiugali vere sono dettati da passione vera, interesse carnale pungente e, di conseguenza, si rivelano estranei alle mode e ai modelli dei petrarchisti. Il sonetto II e il sonetto XIII, letti insieme, sembrano la continuazione l’uno dell’altro: nell’ultima terzina del II, il poeta ammette di non essere capace di resistere all’amore carnale, mentre il sonetto XIII inizia ammettendo che spesso questo amore lo tenta e che non sa dove ripararsi per resistere alle lusinghe di questo amore. E, certamente, questa ammissione sembra sentita e vera.

Il che mostra che ha ragione De Chiara quando vede in Galeazzo alcuni “buoni esempi di … lirica domestica” (De Chiara 1903, 258) e contemporaneamente sostiene che questi sono mancati nella letteratura italiana. Solo che egli fa male a inventarsi un Galeazzo puttaniere prima del matrimonio e dopo la morte della moglie e non anche durante il matrimonio (nel quale si concede una mera finzione retorica con un platonico amore per una diva irraggiungibile quale Vittoria Colonna). Perché, perlomeno alla mia lettura, Galeazzo appare anche un cantore di più generi: l’amore coniugale – scoperto dopo la morte della moglie -, l’amore platonico per una donna idealizzata – “Tanto ognuno sapeva ch’era una mera finzione rettorica!” (De Chiara 1903, 263) e l’amore fedifrago (per la giovinetta schiva, per tutte le teste bionde che ha incontrato e lo hanno emozionato).

La conclusione di questo commento può essere dedicata solo ai nomi con cui si rivolge, nelle sue poesie, alle donne da lui amate sul serio e non di amore platonico. L’elenco, non completo, è quello che segue:

Nel sonetto III si riferisce a una “cresp’aura testa”; nell’ VIII a una “chioma bionda”; nel XIV a una “chioma di sole”. Insomma, gli piacevano di più le bionde o perlomeno gli piaceva cantare le lodi per le donne bionde di cui si invaghiva. Come ho già detto, non sembra espressione riferibile a Vittoria Colonna, che era castana, anche perché è espressione troppo concreta e reale per inserirsi in un modello platonico.

Biondo, nel sonetto XIV, viene indicato con il termine sole, perché la luce del sole è chiara, tendente al giallo, cioè al biondo, nel corso della giornata. E infatti, le scritture poetiche di altri autori spesso definiscono biondo il sole. Tuttavia, in altri sonetti, Galeazzo paragona l’innamorata al sole (vedi il IV, “Dall’orto il sole, e dall’occaso aperse”, ma soprattutto il XLIII che in cui egli gioca con tre significati di Sole: Il mio Sole (una volta per indicare la donna amata), il (vero) Sole (due volte per indicare la stella del sistema solare) e le “bellezze al mondo sole” (una volta per indicare la solitudine delle donne). Nel VI, usa il termine sole per indicare l’estate e l’inverno: S’appressi o s’allontani il sole (ma, forse, anche vuole indicare l’avvicinarsi e l’allontanarsi di una donna in un amore pieno di tormenti).

Naturalmente, non poteva mancare chi ritiene che il Sole sia termine utilizzato da Galeazzo solo in riferimento a Vittoria Colonna. Non è questa la mia opinione perché il riferimento al sole è accompagnato, nel XVI sonetto al concetto di donna reale e vera: “Donna real … che siete un nuovo sole”. Concetto che poi ribadisce nel sonetto XLVII dove fa riferimento a un “altro sole”. Sia nuovo che altro vanno considerati come differenziazioni rispetto alla stella. Stonerebbe considerali come differenziazioni rispetto al Sole della rappresentazione platonica e retorica di Vittoria Colonna.

L’espressione “donna reale” indica un’altra donna. Egli usa questa espressione nel XVIII “donna alma e reale” e nel XXXVIII, addirittura, al plurale: “real donne”. Ma nel sonetto XIII è particolarmente esplicito perché usa, riferita alla “giovanetta schiva”, l’espressione “Né chioma d’oro, né ardenti soli”. Egli intende dire che il sonetto non è dedicato né alla bionda o alle bionde cantate in altri sonetti, né a quante sono state cantate come soli ardenti, cioè donne calde e appassionate.

Per tutti questi motivi, il sonetto XIII va considerato la chiave di lettura dell’intera poetica di Galeazzo perché, alla luce di questo, la storia degli amori coniugali, extraconiugali, prematrimoniali, postmatrimoniali e platonici si chiarisce proprio nel segnale che dà di dover ridimensionare lo spazio concesso dai commentatori al mito di Vittoria Colonna.

 

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