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Galeazzo di Tarsia è l’autore di tutte le 54 poesie che gli vengono attribuite?

33     Sonetto XV

 

Quell’ond’io vissi nell’età fiorita

Lieto piangendo, ardor possente e greve,

Fu già per divenir gelida neve,

Tanto la virtù prima era smarrita.

Or per nuova del ciel grazia infinita

S’è pur racceso in corto spazio e breve,

Onde non men che pria veloce e leve

Son d’entrar vago all’amorosa vita:

Ché tutto il pro che da quel gel mi piove,

Non val il mal de’ fuochi santi e rari

Che spesso Amor da due begli occhi muove.

Dunque non sia chi gli alti lumi e chiari

M’involi, o cerchi di sviarmi altrove,

Poiché sono i miei mali e dolci e cari.

 

Sonetto XV in prosa

Quello nel quale io vissi nell’età fiorita lieto piangendo, un ardore possente e greve, stava per diventare gelida neve, tanto la prima virtù era smarrita. [Quello che ho vissuto con ardore nella primavera dell’amore si era fortemente raffreddato tanto la prima virtù [l’iniziale motivazione amorosa?] era venuta a mancare].

Ora per una nuova grazia infinita del cielo, si è pur riacceso, in corto spazio [nelle vicinanze] e in breve [tempo], onde non meno che prima veloce e lieve sono desideroso di entrare nella vita amorosa:

che tutto il pro che da quel gelo mi arriva, non vale il male dei fuochi santi e rari che spesso muove Amore da due begli occhi.

Dunque non ci sia nessuno che mi rubi gli occhi alti e chiari, o cerchi di sviarmi altrove, perché questi sono i miei mali, dolci e cari.

 

Commento XV

Il sonetto ha ricevuto, nel tempo, una doppia interpretazione: può essere letto come descrivente l’amore per una donna specifica o come una descrizione della forza o potenza dell’amore. Personalmente, preferisco pensare che l’ipotesi sia la prima. Il sonetto narra di un amore che era stato potente e forte quando Galeazzo era stato giovane, che si era affievolito nel tempo e che, poi, era rinato.

Questo sonetto parla di un’età fiorita nel passato e un altro sonetto, il XXIII, all’ultimo verso della prima terzina, parla di un presente in cui il poeta è “vecchio e infermo”.

Il problema nasce dal fatto che Galeazzo di Tarsia, VI Barone di Belmonte, nasce nel 1520 e muore nel 1553, a 33 anni. Mal si adatta a lui l’espressione “vecchio e infermo” e la tendenza a distinguere tra una giovinezza e una vecchiaia, quando non si può nemmeno dire che egli abbia raggiunto un’età matura.

A questo punto, le ipotesi possono essere due: Galeazzo ricorre a un’immagine retorica per accentuare il contrasto tra l’amore come lo immagina e lo vive un giovane e quello che immagina e vive un uomo che ha fatto, in amore, molte esperienze; Galeazzo descrive la propria situazione reale di persona vecchia e inferma. In questo secondo caso, non può trattarsi di Galeazzo VI Barone di Belmonte, che muore ucciso a 33 anni, nel pieno della propria vita, bensì di Galeazzo IV Barone di Belmonte, che muore a 63 anni, in un’età in cui, al tempo, si veniva già considerati vecchi.

Questa seconda ipotesi mette in campo un’ipotesi, che pure è stata messa in campo ma non è mai stata presa sul serio: che il Canzoniere di Galeazzo di Tarsia contenga, frammischiate, sia poesie di Galeazzo nonno (probabilmente un minor numero), sia poesie di Galeazzo nipote.

Non ostacolano questa possibilità alcune circostanze: le poesie cosiddette politiche, scritte con riferimento implicito o esplicito alla invasione del 1494 di Carlo VIII, possono più facilmente essere immaginate scritte negli anni immediatamente successivi e prefigurano una soluzione pre-machiavelliana (l’Italia ha bisogno di difendersi e, siccome gli Stati della penisola non sono capaci di unirsi o farlo da soli, occorre l’intervento della Spagna), cioè precedente al 1513 (anno in cui viene pubblicato Il Principe e muore Galeazzo IV Barone di Belmonte); il fatto che il manoscritto autografo contenente le poesie di Galeazzo conteneva solo 29 componimenti poetici (in precedenza, nel 1585,  erano stati pubblicati due sonetti). Alla data della prima pubblicazione, il 1607, i sonetti sono diventati 36. Nel 1758 Salvatore Spiriti (1713-1776) dichiarò di avere ritrovato ” un antichissimo manoscritto” che poi è andato perduto. In quella data, abbiamo la prima edizione delle Rime comprendente 50 componimenti, 14 in più rispetto all’edizione del Basile. Successivamente vengono scoperte 4 Rime che sono state escluse dal Canzoniere. Non è improbabile che in questo processo di mescolamento di documenti antichi, alcune carte del nonno siano finite nelle carte del nipote.

Ovviamente, ciò che è probabile non è provato. È evidente, però, che alcune poesie, per esempio questa, abbiano bisogno di essere spiegate con ipotesi ad hoc per poter sostenere che tutte le poesie d Galeazzo di Tarsia siano del nipote e non, alcun, del nonno. Analoghe ipotesi ad hoc debbono essere chiarite per alcuni riferimenti a personaggi storici: per esempio D’Avalos o altri.

Perché, alla fine, l’unico argomento veramente convincente per attribuire il Canzoniere al nipote piuttosto che al nonno è il linguaggio poetico che, è stato dimostrato da De Frede (1963 e 1991) e altri, non può essere quattrocentesco, ma decisamente cinquecentesco. Solo che questo argomento può essere convincente nel valutare il complesso dell’opera, non per valutare ogni singolo componimento (e non è da escludere che alcuni di questi presentino un linguaggio che può essere anche quattrocentesco: la lingua, infatti, muta attraverso un processo regolativo, cioè muta gradualmente e non tutto di un botto e per intero).

 

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