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Non ci si può nascondere all’Amore

Sonetto XXI

Vinto da grave mal uomo che non posi

In una sua antica magion debole e infermo,

Cerca sotto altro cielo riparo e schermo,

Ove d’arte sperar altro non osi.

Tal io gli ostri, le gemme ed i famosi

Alberghi, ove a ferir braccio ha più fermo

Amor, fuggendo, in loco alpestr’ed ermo

Ricercai le mie paci e i miei riposi.

Ma perch’io vada o dove folto e spesso

Stuolo si prema, o dove uomo non s’annide,

Il mio fiero tiranno ognor m’è appresso:

E s’io cavalco, ei su gli arcion si asside;

Se l’onda solco, in su del legno istesso

Mel veggio a fianco, e che di me si ride.

Sonetto XXI  in prosa

Vinto da grave mal uomo che non si trovi nella sua antica casa debole e inferma, cerca sotto altro cielo riparo e schermo, dove non osi sperare altro dall’arte:

tal io le porpore, le gemme e i famosi alberghi, dove Amore a ferire ha più fermo braccio, fuggendo in luogo alpestre e solitario [ermo], ricercai le mie paci e i miei riposi.

Ma perché io vada o dove folto e spesso stuolo [di uomini] si preme o dove uomo non si annida, il mio fiero tiranno ognora mi è appresso:

e se io cavalco, egli si siede sugli arcioni; se solco l’onda, sullo stesso legno me lo vedo a fianco, e che se la ride di me.

 

Commento XXI

Il sonetto XXI è collegato al sonetto XIII e ribadisce il concetto che è difficile sottrarsi all’Amore o trovare riparo da esso. Amore è un tiranno da cui non ci si riesce a sottrarre e a cui non ci si può nascondere. Ma mentre nel sonetto XIII si accenna sul finire a una “pellegrina giovinetta schiva”, questo sonetto non fa riferimento a nessuno. È rivolto al problema in generale. Rimane sempre il problema di domandarsi quale sia la donna a cui si rivolge: Vittoria Colonna, una Donna Reale, la giovinetta schiva?

 

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