
Sonetto XXVII
Giunta è la mia doglia a tal, che omai di vita,
Per da sue dure sciormi aspre ritorte,
Greve il peso mi sembra, e ognor di morte
Dolgomi, che più tarda a darmi aita;
Anzi, del ciel se mai grazia infinita
Vuol che speme mi avvive e riconforte,
Io le chiudo del cor tutte le porte
Perché corra al suo fin l’alma spedita.
Com’ei che, da rigor d’empio tiranno
Strano a soffrir dannato aspro tormento,
Ciò schiva che al martir vien che serbe,
Sì, perch’io fugga nuove pene acerbe,
Nuovi aggiungo cordogli a vecchio affanno,
Dell’estremo de’ mal pago e contento.
Sonetto XXVII
Il mio dolore è giunto a tal punto, che ormai il peso della vita, per sciogliermi dalle sue dure aspre catene [ritorte], mi sembra greve, e sempre più mi lamento della morte, che tarda troppo a darmi aiuto;
anzi, se mai la grazia infinita del cielo vuole che la speranza mi ravvivi e riconforti, io le chiudo tutte le porte del cuore perché l’alma corra spedita al suo fine.
Come colui che, dal rigore di un empio tiranno è dannato a soffrire uno strano aspro tormento, evita ciò che al martire viene riservato, così, per fuggire nuove acerbe pene, aggiunge nuovi cordogli al vecchio affanno, dell’estremo dei mali soddisfatto e contento.
Commento XXVII
Questo sonetto potrebbe essere letto come la continuazione del sonetto XXV perché si potrebbe ipotizzare che cominci là dove quello finisce. Siccome il cuore è morto e Cupido non riesce a produrre l’innamoramento, l’Amore si è trasformato in Eros. Questo genera dolore perché il poeta si sente assoggettato a un empio tiranno che gli fa compiere degli atti che altrimenti non compirebbe. Facendoli, soffre sempre di più. Di sofferenze che sono molto più pesanti delle giovanili pene d’amore.
Il poeta dichiara che il dolore che produce l’Amore come Eros lo ha portato a tal punto che ne è seguita una disperazione tale che lo spinge a desiderare la morte. Ma se egli vuole avere speranza di ricevere dal cielo l’infinita grazia della salvezza della sua anima deve chiudere tutte le porte del suo cuore. E così l’anima potrà dirigersi veloce alla salvezza.
Come colui che, dannato dal rigore di questo empio tiranno a soffrire uno strano aspro tormento, schiva ciò che al martire è riservato, così per fuggire nuove acerbe pene d’amore, egli aggiunge nuovi e più pesanti cordogli al vecchio affanno d’amore, soddisfatto e contento dell’estremo male, cioè della morte che è per lui quello che consegue ad amori senza innamoramento.


