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La fortuna è donna e, quindi, mobile per natura

Sonetto XXX

Che fia, signor, che dietro a fida scorta

Tua gloria sfolgorar più bella e altera

Mirar non debba? E nostra padria, ov’era

De’ mali al fondo, a’ primi onor risorta?

E tal, ch’or ne minaccia e ne sconforta,

Veder de’ lieti suoi giorni la sera?

Se a così degno fin la virtù vera

Degl’Italici cor non è ancor morta?

Siegui, ché a nobil meta ormai sicura

Strada, se non incespi, il corso adduce,

E di fortuna il fin fermando afferra:

Ch’ella, dianzi sol volta a farci guerra,

Femina e cosa mobil per natura,

Vedrem di tuo valor compagna e duce.

 

Sonetto XXX

Che sia, signore, che non debba mirare la tua gloria dietro una fida scorta sfolgorare più bella e orgogliosa [altera]? E la nostra patria, che era giunta al fondo dei suoi mali, risorta ai precedenti onori?

E per colui, che ora la [ne] minaccia e la [ne] sconforta, vedere la fine [sera] dei suoi lieti giorni? Se [rivolta] a così degno fine la vera virtù degli italici cuori non è ancora morta.

Seguita perché a nobile meta ormai sicura strada, se non inciampi, il corso conduce, e afferra il crine della fortuna fermandola.

Perché lei, dianzi solo rivolta a farci guerra, come femmina e cosa mobile per natura [Machiavelli, Il Principe, cap. XXV: la fortuna è donna], vedremo compagna e guida del tuo valore.

 

Commento XXX

Questo sonetto viene detto collegato al sonetto successivo il XXXI, che è dedicato ad Alfonso III D’Avalos. Se questo è vero, i due sonetti rappresentano il prima e il dopo della Guerra d’Italia del 1542-1546. Il prima, rappresentato da questo sonetto, è tutto pieno di speranza e ruba al Petrarca due interi versi:  i versi 95 e 96 “ché l’antiquo valor/ negli Italici cor’ non è anchor morto” della famosa canzone “Italia mia benché il parlar sia indarno” (CXXVIII) diventano “la virtù vera/ Degl’Italici cor non è ancor morta” e il verso 12 “Femina è cosa mobil per natura” della canzone “Se’l dolce sguardo di costei m’ancide” (CLXXXIII) diventa “Femina e cosa mobil per natura” (dove la e è congiunzione e non verbo).

Il tema della donna mobile è un classico presente anche in altra letteratura precedente: Varium et mutabile semper femina in Virgilio; “Nihil est tam mobile quam feminarum voluntas” scrive Seneca; “Cosa varia e mutevole è la donna” scrive San Gerolamo; Boccaccio lo dichiara più volte ne Il Decamerone; e, infine, Ariosto, nell’Aminta, al verso 368, scrive: “femina, cosa mobil per natura”.

Il dopo è rappresentato nella forma della voce narrante che non è quella del poeta, ma quella di Maria d’Aragona, detta Amarilli, moglie di Alfonso d’Avalos, che piange la morte del marito. Costui muore nel 1546 e ha sostituito nell’immaginario degli Italici combattenti contro la Francia la figura di Francesco Fernardo D’Avalos, cugino di Alfonso e marito di Vittoria Colonna, morto dopo aver vinto la battaglia di Pavia del 1525 (battaglia in cui viene fatto prigioniero re Francesco I di Francia). In questa battaglia, la famosa cavalleria francese, che era sembrata invincibile e che aveva sconfitto duramente i Veneziani ad Agnadello  nel 1509, viene sconfitta dalla potenza di fuoco dei tercios spagnoli. Alfonso d’Avalos eredita la funzione militare del cugino fino alla sua morte nel 1546. Fu comandante dell’esercito spagnolo nella Guerra d’Italia del 1542-1546 e governatore di Milano dal 1538 al 1546.

 

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