
Sonetto XXXII
Chiare fresche correnti e lucid’onde,
Verdi prati, alti poggi e boschi ameni,
Che di amor siete e di dolcezza pieni
Per virtù di quel sol che a me si asconde:
Sien per voi l’aure ognor dolci e feconde,
Rugiadose le notti e i dì sereni,
Né bifolco o pastor greggia vi meni,
Né ma fior mai ne colga o svella fronde,
Se quella, che ha di me la miglior parte
Ch’or non è meco, i suoi alti pensieri
Sola spesso con voi divide e parte.
Ad ambo qual rimasi, allor che fieri
Venti troncaro al mio legno le sarte,
Dite, e quanto i miei dì sien tristi e neri.
Sonetto XXXII in prosa
Chiare fresche correnti e lucide onde, verdi prati, alti poggi e ameni boschi, che siete pieni di amore e di dolcezza per virtù di quel sole che si nasconde a me:
siano per voi le arie ognora dolci e feconde, le notti rugiadose e i giorni sereni, né il guardiano di buoi [bifolco] o pastore vi porti le greggi, né mano alcuna mai ne colga fiori o ne strappi fronde,
se quella che ha la parte migliore di me che adesso non è con me, i suoi alti pensieri sola con voi spesso divide e condivide.
Ad entrambi dite come sono rimasto allora che forti venti abbatterono le sartie della mia nave, e quanto i miei giorni siano tristi e neri.
Commento XXXII
Ennesima poesia in cui la donna amata e irraggiungibile viene paragonata al sole. Una donna amata, un sole, che riscalda con la sua presenza un territorio che il poeta descrive e dove spesso la donna amata si rifugia a passeggiare. Rivolgendosi al luogo, il poeta chiede di riferire alla donna che egli è rimasto bloccato per il fatto che i venti hanno rotto le sartie della sua nave e che adesso i suoi giorni sono tristi e neri. Forse questa va intesa come una scusa per essere arrivato in ritardo o non essere arrivato affatto quando la donna lo aspettava. Ritardo che il poeta, probabilmente, considera essere stata la causa per la quale la donna amata si nasconde a lui, non vuole più vederlo o averci a che fare.


