
Sonetto L
Viva selce, onde uscì la viva e pure
Fiamma che avrà vigor cenere farmi,
E che di asprezza incontro me più t’armi
Quanto Amor più m’accende e rassicura,
Quando fia che pietade o mia ventura
Dell’usato rigor si ti disarmi,
che i suoi gelidi smalti e saldi marmi
Vestan nuova e più bella altra natura?
O felice colui che freddo sasso,
Onde avesser poi fin gli aspri martiri,
Ebbe tosto a mirar tenero e molle!
Io perché intorno a più bel marmo, ahi lasso,
Adopri ingegno, stil, pianti e sospiri,
Pur di mollirlo in parte il ciel mi tolle.
Sonetto L
Viva selce [pietra comune], da dove uscì la viva e pura fiamma [d’amore] che avrà la forza di farmi cenere, e che quanto più ti armi di asprezza contro di me quanto più Amore mi accende e rassicura.
Quando sarà che la pietà o la mia ventura dell’abituale vigore così ti disarmi, che i tuoi gelidi smalti e i saldi marmi vestano nuova e più bella diversa natura?
O felice colui [Pigmalione] che il freddo sasso, affinché poi avessero fine le aspre sofferenze [aspri martiri], ebbe [la sorte fortunata di] mirare [trasformato] subito in tenero e molle!
Io, ahimè infelice, benché intorno a un marmo più bello adopero ingegno, stile, pianti e sospiri, pur il cielo mi ha tolto di ammorbidirlo in parte.
Commento L
Amore difficile e poesia triste con la quale il poeta paragona la condizione di Pigmalione alla propria e definisce fortunato quello scultore che ha ottenuto dagli Dei di trasformare la statua di donna di cui si era innamorato in una donna viva, in carne e ossa. Al contrario, rappresenta se stesso come un infelice che malgrado, nella sua poesia, metta ingegno, stile, pianti e sospiri, non è mai riuscito a ottenere che la sua donna, fredda alle sue attenzioni, si rammollisca almeno un poco.


