
Sonetto XII
Vide vil pastorel pietosa e leve
Scender a’ prieghi suoi che Delo onora,
Un selvaggio garzon, la biond’Aurora,
Questa cinta di fior, quella di neve;
Altri, cui il Xanto ma più il Tabro deve,
La dea che il terzo giro orna e colora;
Altri, perché di gran desio non mora,
Un freddo marmo intenerirsi in breve.
Io voi quando vedrò, pregio del cielo,
Ignuda folgorar su l’erba fresca,
O sotto molle e prezïoso velo?
Ahi, di misero amante van desiri!
Donna, s’esser non può, non vi rincresca
Che da quest’ermo colle io vi sospiri.
Sonetto XII
Vide un povero pastorello [Endimione] pietosa e lieve scendere alle [chiamata dalle] sue preghiere [Diana] che Delo onora, un giovane selvatico [Cefalo] vide la bionda Aurora, questa cinta di fiori, quella di neve;
Altri [Anchise o Enea], a cui deve [molto] il Xanto [fiume di Troia] ma più il Tebro [Tevere per Roma], vide la dea [Venere] che adorna e colora il terzo giro [cielo]; altri [Pigmalione], perché non muoia di gran desiderio, vide un freddo marmo intenerirsi in breve.
Io quando vi vedrò, pregio del cielo, nuda espandere la vostra luce sull’erba fresca, o sotto un molle e prezioso velo?
Ahi, vani desideri di misero amante! Donna, se non può essere, non vi rincresca che vi sospiri da questo ermo colle.
Commento XII
Un lungo elenco di miti e di leggende pagane in cui si narra di dee che sono viste o conosciute da uomini. Il primo è Endimione, mito poco noto che affascina molto Galeazzo che dedica una lunga lirica a questo giovane. La lirica su questo giovane è tra quelle non inserite nel Canzoniere di Galeazzo di Tarsia, se quello ritrovato nel 1721 nella Biblioteca dei P.P. Agostiniani di S. Giovanni a Carbonara è un manoscritto comprendente tutti i componimenti che la volontà di Galeazzo considerava degni di essere inseriti in un suo proprio Canzoniere. Endimione è amato da Diana perché per decreto di Giove fu gettato in un sonno profondo dentro una grotta dei monti della Caria dove Diana lo andava a cercare ogni notte e lo possedeva mentre il giovane dormiva. Quindi, è il mito di uno stupro perenne di un mortale da parte di una potente dea, talmente potente da ottenere la collaborazione del padre degli dei.
Il secondo mito è quello di Cefalo, giovane senza grandi qualità, dedito alla caccia, amato dall’Aurora. Il terzo è il mito di Anchise che avrebbe visto Venere. Il quarto è il mito di Pigmalione che si innamora di una statua e ottiene che questa statua prenda vita e diventi la sua donna.
Questi quattro miti di amori riusciti occupano tutte le due quartine. La prima terzina vede il poeta pronunciare l’attesa della realizzazione del proprio desiderio: vedere la propria amata, nuda, sull’erba fresca o, presumibilmente in un letto, sotto un velo prezioso.
L’ultima terzina esprime il grido del poeta che è consapevole che è vano desiderare quella donna che non si concederà mai a lui. E la chiusura è la preghiera che la donna almeno gradisca che lui la sospiri dall’ermo colle su cui si trova.
Ermo colle, è espressione famosissima che Leopardi prende da questo verso conclusivo del Sonetto di Galeazzo e ne fa parte del primo verso, famosissimo, del miglior sonetto di sempre: l’Infinito.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle.
Quest’ermo colle è l’espressione che Leopardi, attento lettore, come del resto Foscolo, di Galeazzo, sottrae a quest’ultimo per inserirlo in un’immortale composizione. Il che ha fortemente rivalutato questo sonetto di Galeazzo.


