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Galeazzo di Tarsia e Giacomo Leopardi

Sonetto XII

 

Vide vil pastorel pietosa e leve

Scender a’ prieghi suoi che Delo onora,

Un selvaggio garzon, la biond’Aurora,

Questa cinta di fior, quella di neve;

Altri, cui il Xanto ma più il Tabro deve,

La dea che il terzo giro orna e colora;

Altri, perché di gran desio non mora,

Un freddo marmo intenerirsi in breve.

Io voi quando vedrò, pregio del cielo,

Ignuda folgorar su l’erba fresca,

O sotto molle e prezïoso velo?

Ahi, di misero amante van desiri!

Donna, s’esser non può, non vi rincresca

Che da quest’ermo colle io vi sospiri.

Sonetto XII

Vide un povero pastorello [Endimione] pietosa e lieve scendere alle [chiamata dalle] sue preghiere [Diana] che Delo onora, un giovane selvatico [Cefalo] vide la bionda Aurora, questa cinta di fiori, quella di neve;

Altri [Anchise o Enea], a cui deve [molto] il Xanto [fiume di Troia] ma più il Tebro [Tevere per Roma], vide la dea [Venere] che adorna e colora il terzo giro [cielo]; altri [Pigmalione], perché non muoia di gran desiderio, vide un freddo marmo intenerirsi in breve.

Io quando vi vedrò, pregio del cielo, nuda espandere la vostra luce sull’erba fresca, o sotto un molle e prezioso velo?

Ahi, vani desideri di misero amante! Donna, se non può essere, non vi rincresca che vi sospiri da questo ermo colle.

 

Commento XII

Un lungo elenco di miti e di leggende pagane in cui si narra di dee che sono viste o conosciute da uomini. Il primo è Endimione, mito poco noto che affascina molto Galeazzo che dedica una lunga lirica a questo giovane. La lirica su questo giovane è tra quelle non inserite nel Canzoniere di Galeazzo di Tarsia, se quello ritrovato nel 1721 nella Biblioteca dei P.P. Agostiniani di S. Giovanni a Carbonara è un manoscritto comprendente tutti i componimenti che la volontà di Galeazzo considerava degni di essere inseriti in un suo proprio Canzoniere. Endimione è amato da Diana perché per decreto di Giove fu gettato in un sonno profondo dentro una grotta dei monti della Caria dove Diana lo andava a cercare ogni notte e lo possedeva mentre il giovane dormiva. Quindi, è il mito di uno stupro perenne di un mortale da parte di una potente dea, talmente potente da ottenere la collaborazione del padre degli dei.

Il secondo mito è quello di Cefalo, giovane senza grandi qualità, dedito alla caccia, amato dall’Aurora. Il terzo è il mito di Anchise che avrebbe visto Venere. Il quarto è il mito di Pigmalione che si innamora di una statua e ottiene che questa statua prenda vita e diventi la sua donna.

Questi quattro miti di amori riusciti occupano tutte le due quartine. La prima terzina vede il poeta pronunciare l’attesa della realizzazione del proprio desiderio: vedere la propria amata, nuda, sull’erba fresca o, presumibilmente in un letto, sotto un velo prezioso.

L’ultima terzina esprime il grido del poeta che è consapevole che è vano desiderare quella donna che non si concederà mai a lui. E la chiusura è la preghiera che la donna almeno gradisca che lui la sospiri dall’ermo colle su cui si trova.

Ermo colle, è espressione famosissima che Leopardi prende da questo verso conclusivo del Sonetto di Galeazzo e ne fa parte del primo verso, famosissimo, del miglior sonetto di sempre: l’Infinito.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle.

Quest’ermo colle è l’espressione che Leopardi, attento lettore, come del resto Foscolo, di Galeazzo, sottrae a quest’ultimo per inserirlo in un’immortale composizione. Il che ha fortemente rivalutato questo sonetto di Galeazzo.

 

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