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Amore e Sole, ma non riuscito il collegamento

Sonetto LII

Posto aveva Febo a’ suoi cavalli il freno

Per giunger tosto al nostro uman soggiorno,

e la notte, a dar luoco al nuovo giorno,

tutte le nebbie sue stringeasi in seno,

quando, per altra via, di grazia pieno

giunse nel cor l’amato viso adorno;

quanto cangiato, ohimé, di quel che intorno

solea già far a sé l’aere sereno.

“Deh, perché – pur dicea – del color mio

Pallido piangi? Già gl’è presso ormai

A, come tempo fu, vermiglio farsi”.

Intanto il sol, con suoi possenti rai

Aprendo il dì, gli occhi ferimi, ond’io,

di pietate ed amor tutt’ardo ed arsi.

 

Sonetto LII in prosa

 

Apollo [Febo] aveva messo il freno ai suoi cavalli per giungere presto al luogo della terra in cui il sole si corica al tramonto, e la notte, in attesa di dare posto al nuovo giorno, si stringeva in seno tutte le sue nebbie, quando, per altra via, pieno di bellezza, giunse nel cuore l’amato viso adornato; quanto cangiato, ohimè, di quel che intorno soleva già far a sé l’aere sereno.

“Deh, perché, pur diceva, del mio color pallido piangi? Già esso è vicino ormai, come fu un tempo, a farsi vermiglio”.

Intanto il sol, con i suoi potenti raggi, aprendo il giorno, mi ferisce gli occhi, per cui io, ardo tutto e arsi di pietà.

 

Commento LII

 

Poesia che comincia con la presentazione di Apollo e, in particolare, della sua funzione di trainare il carro del sole. L’amore entra quasi di sfuggita in questa poesia e, forse, è questo il motivo per cui la poesia appare non efficace. Quindi, si può ipotizzare che anche questa seconda poesia sia stata esclusa dal Canzoniere in quanto non ben riuscita. L’amore giunge di notte al ricordo del cuore. E quando arriva appare cambiato. Nega il cambiamento, ma l’innamorato non si lascia convincere e piange, attribuendone la responsabilità al sole che, in pieno giorno, lo colpisce negli occhi.

Poca roba, in fin dei conti.

 

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