
Sonetto LIII
Ben veggio, ahi lasso, e non m’inganna Amore
Che l’audace pensier trapassa il segno,
ma poss’io se non ha legge il regno
del tiranno crudel c’ha in preda il core?
Ben riconobbi dal mio primo ardore
Che sì alto, sì ricco e sì gran pegno
Del cielo al ciel si serba ed è degno
Del santo grembo del divin fattore.
Ma vago a forza di mia tristi pianti
Con fallace sperar pasco la sete
Dell’ostinata voglia ognor più accesa,
tal che, s’io mi morrò, quindi vedrete,
o ben nate alme e voi cortesi amanti,
che raro è senza duol tropp’alta intesa.
Sonetto LIII in prosa
Ben vedo, oh me infelice, e non m’inganna Amore, che l’audace pensiero trapassa il segno, ma posso io [avere legge] se non ha legge il regno del tiranno crudele che ha predato il mio cuore?
Ben riconobbi dal mio primo ardore che così alto, così ricco e così gran pegno del cielo si può riservare solo al cielo ed è degno del santo grembo del divino fattore.
Ma vago a forza di miei tristi pianti con fallace speranza colmo [pasco] la sete dell’ostinata voglia ognora più accesa, tale che, s’io morirò, in conseguenza vedrete, o ben nate anime e voi cortesi amanti, che raro è [trovare] senza dolore una troppa alta impresa.
Commento LIII
Il pensiero espresso in questo sonetto mi sembra completo e ben espresso. Quindi, non è per questo che non è stato incluso nel Canzoniere. Il poeta fa un parallelo tra amore che è un tiranno perché non rispetta alcuna legge e l’innamorato che vorrebbe darsi una regola o legge, ma non riesce a darsela, perché amore non la contempla. Inoltre, l’amore può raggiungere tali altezze di purezza e di grandezza da essere degno di essere rivolto solo all’Onnipotente. Proprio per questa potenzialità di espansione infinita, l’amore è sempre insaziabile e, come tale, genera sempre la sofferenza dell’insufficienza dell’essere riamati. Una sofferenza tale che si può morire. E se io ne morirò, o anime di cortesi amanti, voi vedrete che è raro cercare un amore troppo alto senza caricarsi di dolore.


