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Arbore Vittoriosa è la palma. Vale per Vittoria?

Sonetto XXII

Arbor vittoriosa, il cui bel nome

Risponde a tal onde le rime onoro,

Degna più che di Sorga il verde alloro

Di fregiar trionfali e dotte chiome.

Viaggio ben io che per sì gravi some

Mancan gli omeri all’alto e gran lavoro,

E che dì e notte invan mi discoloro

Per farti viva in carte, e non so come.

Torpe e agghiaccia la man, manca lo stile,

E l’ingegno non ha virtù né forza

Da formar loda a te par né simile;

Ma sì lo spinge Amor, sì lo rinforza,

Che dal soggetto un abito gentile

Prende, e parlar di te s’invoglia e sforza.

 

Sonetto XXII in prosa

[La palma] è l’albero vittorioso, il cui bel nome [Vittoria] risponde a colei di cui le rime onoro, degna più che il verde alloro di Sorga di fregiare trionfali e dotte chiome.

Vedo ben io che per sì gravi some mancano le spalle all’alto e gran lavoro, e che di e notte invano tolgo colore a me stesso, per renderti viva nelle carte, e non so come.

La mano di intorpidisce e si agghiaccia, manca lo stile, e l’ingegno non ha virtù né forza da formare lode pari a te e non simile;

ma così lo spinge Amore, così lo rinforza, che dal soggetto prende un abito gentile, e s’ invoglia e sforza di parlare di te.

 

Commento

Secondo alcuni critici, questo sonetto si connette al XIII in cui il poeta descrive la prima volta in cui il dardo d’amore lo ha colpito. Solo che, in questa XIII rima, egli accenna, nel penultimo verso, a una “peregrina giovinetta”. Cosa che dovrebbe escludere la possibilità che si riferisca a donna Vittoria Colonna, di trenta anni più grande di lui. Quindi, non più tanto giovinetta. A meno che l’amore non si riferisca sempre alla gioventù, perché chi ama è, o si sente, sempre giovane. Solo che il passaggio è forzato.

Altrettanto forzato è il collegamento tra albore vittoriosa e il nome Vittoria. L’albero è la palma il cui nome non porta dentro il nome della donna che il poeta onora con le sue rime. È l’aggettivo vittoriosa, con cui definisce la palma, che porta al proprio interno il nome della donna.

C’è un altro elemento che vorrei sottolineare. Nel commento alla Rima XIX, ho sostenuto che “Galeazzo sparisce, con la sua provinciale grandezza, di fronte alla grandezza di Vittoria Colonna”. Lo stesso Galeazzo lo ammette in questa Rima quando dice che “gli mancano le spalle” per l’alto lavoro di cantare quella donna e aggiunge che egli stesso invano si discolora (si fa piccolo) per renderla viva carne, per lasciare la scena all’amata, sulla carta in cui la Rima è scritta.

Vittoria Colonna ha lasciato un epistolario incompleto che si svolge in tre fasi: dal 1523 al 1538, periodo in cui prevale la tematica amorosa; dal 1538 al 1540 quando compare, accanto a quella amorosa, la tematica religiosa; dal 1540 alla morte, nel 1547, in cui è dominante quella religiosa. Galeazzo, nel 1538, ha appena 18 anni; nel 1540, 20; solo negli anni successivi è già maturo. Ma negli anni Quaranta, Vittoria Colonna sembra indifferente ai temi mondani ed è impegnata sul fronte della Riforma luterana. Le sue lettere rivelano rapporti intellettuali e circolazioni di idee con i riformati di mezza Europa: Juan de Valdès a Napoli; Bernardino Ochino a Roma; Renata di Francia, figlia di Luigi XII, a Ferrara; Marcantonio Flaminio a Viterbo; e infine Reginald Pole, cugino di Enrico VIII, rimasto cattolico dopo lo scisma anglicano. Pole, fuggito dall’Inghilterra (sua madre e alcuni parenti vengono uccisi per ordine di Enrico), arriva vicino ad essere eletto Papa (in una votazione manca la maggioranza per un voto) e la sua candidatura viene bloccata dal futuro Paolo IV che, nel conclave diffonde la voce che il Pole è sospetto all’Inquisizione in quanto probabile eretico.

Per questi suoi rapporti, ed altri simili, l’Inquisizione istruisce un processo per Vittoria Colonna che non produce effetti solo perché la Marchesa Colonna muore nel 1547.

 

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