Sonetto XXIX
Ov’a Dio s’accosta l’intelletto,
Vi sacro, o Donna, un tempio ricco e saldo:
Mura son di desio possente e caldo,
Fondate in speme, e d’onestate è il tetto;
Le porte di pensiero ardito e baldo,
Sepolcri sono indegnità e sospetto,
Gli altari e le colonne un vago e schietto
Diamante, onde lucete al freddo e al caldo.
Queste rime son poi voti ed incensi,
E la penna e lo stile, ond’io vi onoro
Non men che a voi per debito conviensi.
Lasso, ma che mi val poi se vi adoro?
Sospiri, pianto, strane pene e nuove:
dalla vostra beltade altro non piove.
Sonetto XXIX in prosa
Là dove a Dio si accosta l’intelletto, vi consacro, o donna, un tempio ricco e sacro: le mura sono fatte di un desiderio potente e caldo, le fondamenta sono poste sulla speranza, e d’onestà è fatto il tetto.
Le porte sono fatte di un pensiero ardito e fiero, indegnità e sospetto sono [seppelliti] nei sepolcri [nel Cinquecento i morti si seppellivano nelle Chiese, cioè nei templi], gli altari e le colonne sono un bello e puro diamante, per cui siete piena di luce al freddo e al caldo.
Queste rime sono inoltre voti e incensi, e la penna e lo stile con cui vi onoro, non si convengono per dovere [ad altri] tranne [meno che] voi.
Povero, ma che mi vale poi se vi adoro? Sospiri, pianti, strane e nuove pene: dalla vostra beltà non proviene [piove] altro.
Commento XXIX
Il poeta consacra alla sua donna amata un tempio e lo descrive come si descrive una chiesa del tempo: le mura, le fondamenta, il tetto, le colonne, gli altari, le porte e i sepolcri. Tutto bello e stupendo nel descrivere quel tanto che il poeta ha fatto per conquistare la donna amata. Ma cosa ha fatto, per tutta risposta, la donna oggetto del suo amore? Niente! Da quanto adorato in quel tempio, egli ricava solo sospiri, lacrime e pene.
Anche in un altro sonetto, il VII, in cui parla del sacro tempio e dell’ardente fuoco che vi è in esso. Anche in quel caso, la conclusione è pessimistica. In contrasto con il fuoco contenuto nel tempio, la donna si mostra come una dea fredda, attenta solo a se stessa, troppo in alto perché un occhio mortale possa guardarla.


