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Galeazzo è arrivato a essere vecchio e infermo?

Sonetto XXIII

 

Ove mi menan le fallaci scorte

Di lui che i servi suoi di aloe e fel pasce,

Forza è ch’io vada, e ch’a man destra lasce

Duce che mi scorgeva a miglior sorte.

Anzi, fatta anche l’alma ormai consorte

Del mio nemico, a pena un pensier nasce

Di volger dietro, che l’uccide in fasce,

E siegue a trarmi per vie lunghe e torte.

Ben resister da prima al Signor mio

Dovea, quand’ei fanciullo e men gagliardo

Era, ed io non, qual son, vecchio ed infermo.

Or non più no, che al suo poter veggio io

Lento il soccorso di ragione e tardo,

E saldo incontro a lui non trovo schermo.

Sonetto XXIII in prosa

Dove mi portano le fallaci scorte d’Amore che alimenta i suoi servi di aloe e di fiele, è forza che vada, e che lasci alla mia [a mano] destra la guida che mi guidava verso una migliore sorte.

Anzi, resasi ormai l’anima alleata del mio nemico, a mala pena nasce il pensiero di tornare indietro, che egli lo uccide in fasce, e continua a portarmi per vie lunghe e tortuose.

Dovevo ben da prima resistere al mio Signore (all’Amore), quando egli era ancora fanciullo e meno gagliardo, ed io non ero, quale sono, vecchio e infermo.

Ora non più, che al suo poter vedo io [contrapporsi] il soccorso della ragione [che si rivela essere] lento e tardivo, e contro di lui non trovo [alcun] saldo riparo.

 

Commento XXIII

Il punto centrale di questo componimento si trova nell’ultimo verso della prima terzina, laddove il poeta definisce se stesso come “vecchio ed infermo”. Già nella composizione XV aveva parlato di quando si trovava “nell’età fiorita”, cioè nella primavera della propria vita, la giovinezza. Se mettiamo insieme queste tre periodizzazioni della vita proposte da Galeazzo, giovinezza, età matura e vecchiaia, e consideriamo la sua cultura, non è improbabile che questa periodizzazione egli possa averla formulata sulla base di quanto Platone aveva deciso di affidare alla cura dello Stato nella Repubblica: Platone propone che la procreazione di figli debba avvenire solo nell’età di mezzo, tra la giovinezza, che per le donne e gli uomini finisce a venti anni, e la vecchiaia che comincia per le donne, dal punto di vista procreativo, a quaranta anni, e per gli uomini a cinquantacinque.

Il fatto è che Galeazzo non ci è mai arrivato ai 55 anni, essendo stato ucciso a 35 anni. quindi, come può dire, “vecchio e infermo qual sono” al momento in cui scrivo questo sonetto? Delle due l’una: o è una finzione letteraria, cioè una licenza poetica (il poeta immagina come vedrebbe le cose se fosse vecchio) o questa poesia non è stata scritta da Galeazzo VI Barone di Belmonte, bensì da Galeazzo IV Barone di Belmonte, suo nonno che ha superato i 55 anni, essendo morto all’età di 63.

Per il resto, ci sono solo i soliti possibili commenti: alcune espressioni sono prese dal Canzoniere del Petrarca: fallaci scorte è una modifica al negativo delle “fide scorte” di Petrarca (Canzoniere CLXX) e consorte del mio nemico è un utilizzo al singolare del “consorte de’ miei nemici” (Canzoniere CCLXXIV); l’amore è sempre descritto come tormentato e oscillate tra piacere e dolore, felicità e infelicità.

 

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