
Venerdì 1 ottobre 1954. Primo giorno di scuola a Santa Cristina d’Aspromonte
Tenuto per mano dalla madre, lavato, pettinato e bene ordinato, Pinuccio compare, provenendo da un vicolo, sulla Piazzetta della Chiesa. Ancora qualche passo ed è sulla strada statale 112, che è anche la prosecuzione della via principale del paese, Corso Umberto I. Scende tranquillo verso ‘u Ponti ‘i Palamara. Che, poi, non è un ponte, ma solo un pezzo di strada che copre un dislivello di dieci metri tra la statale e le viuzze del quartiere Bologna.
Da lontano, vede uscire, di corsa, dalla scaletta che porta in cima al ponte, un ragazzo con una cartella. Rapido attraversa la strada ed entra in via Roma, la via dove si trova la scuola elementare. Dieci secondi ancora e sbuca, dalla scaletta, Cummari Pascalina con il figlio per mano. Frettolosi imboccano via Roma. Intanto, da dietro la curva della statale, appare Carmeluzza e subito dopo il figlio. Questi sta più indietro, come se non riuscisse a seguire il passo spedito della madre. Saltellando, li supera un bambino più grande. Si gira, roteando la cartella, e li guarda, continuando a saltellare all’indietro. Si volta ancora e si mette a correre, sparendo alla vista. Carmeluzza e il figlio imboccano la strada della scuola. Ancora dieci metri e sono Pinuccio e la madre a trovarsi all’inizio della salita di via Roma.
Da Cummari Pascalina lo separavano, quando l’aveva vista sul ponte, almeno cinquanta metri; da Carmeluzza poco più di dieci. Salendo lungo la via, sembra a Pinuccio che le distanze siano più ravvicinate. E per quanto Cummari Pascalina e Carmeluzza siano apparse frettolose, la distanza si riduce ancora.
Quando arriva a fianco di Carmeluzza, Pinuccio si accorge che questa trascina il figlio tenendolo per il polso, mentre questi tiene indietro le spalle e frena con i piedi, cercando di non procedere.
Un breve cenno di saluto e un leggero inchino delle due madri: “’Onna Rosina”; “Carmeluzza”. Pinuccio procede oltre e, piano, piano, per non farsi sentire, chiede: “Ma che ha quel bambino? Perché non vuole camminare?”. “Niente!”, risponde la madre. “Fa solo i capricci”. E vanno avanti.
Da una via laterale, si affaccia ‘Ntonuzza, con la figlia. Saluta ‘Onna Rosina e si ferma. Pinuccio, curioso, procede a ritroso per continuare a guardarla. Nota che è in attesa di una madre con la figlia che hanno appena imboccato via Roma. Le bambine si lanciano una verso l’altra e si mettono a chiacchierare, in mezzo alla strada. Sono tranquille e sorridono.
Intanto Pinuccio e la madre raggiungono Pascalina con il figlio. Al saluto di ‘Onna Rosina, Pascalina risponde con un ammirato commento: “Beata a vvui ‘Onna Rosina’, ca ‘u vostru è bbonu e ‘nci piaci ‘a scola. ‘U meu n’a mangia propriu!”.
‘Onna Rosina si rimpettisce d’orgoglio, ma commenta dubbiosa: “Uhhu! Bonu! Pari bonu!”. Ma lo dice solo “pe’ parari ‘u gabbu”. Perché ripete sempre ‘Onna Rosina: “Mi vantu e mi vant’eu, bellu fissa chi sugn’eu!”.
Giunti quasi alla meta, davanti al portone della scuola, appare, da una via laterale, Succursa con il figlio che scalpita e scalcia come se avesse dieci mani e dieci piedi. Pinuccio lo riconosce: “È Carmelu!”, pensa con timore, il bambino iperattivo, a volte violento, che in paese conoscono tutti.
La madre tiene saldamente Carmelu per il polso e lo strattona per farlo procedere. Questi, fin’allora muto, vedendosi a pochi passi dalla porta della scuola, getta un potente e lunghissimo urlo, mentre si agita, per divincolarsi, come se fosse stato morso dalla tarantola. Succursa, per un attimo, viene presa di sorpresa. La sua mano scivola dal polso. Lesta, lo riacchiappa per i capelli, con la sinistra e usa la destra per picchiare alla cieca su quel corpo in movimento in tutte le direzioni. Carmelu urla ancora, di rabbia, di protesta, non di dolore, e cerca di staccare con le due mani la mano della madre. Ma Succursa non molla la presa.
Alcuni maestri, fino a quel momento sorridenti sulla porta della scuola, spariscono rapidi all’interno. All’udire dell’urlo, varie donne sono uscite di casa o si sono affacciate al balcone. Si godono la scena e ridono. Succursa se ne accorge e mormora qualcosa.
Pascalina, che le è vicina, fa il segno delle corna e spinge la mano, per due volte, in direzione di Succursa: “Tié! Tié!”. Vedendo il segno di scongiuro, i vicini, che conoscono i vizi di tutti, capiscono che Succursa ha lanciato invocazioni di subitanee malanove e di future disgrazie fino alla tredicesima generazione. Per evitare, non si sa mai con quella malalingua, si ritirano in casa, mentre, a mezza voce, invocano il rimbalzo delle invocazioni su Succursa, sulla famiglia e sui discendenti tutti.
Pinuccio, all’udire del grido disumano, simile a quello di un maiale che aveva visto, mesi prima, portare al macello, si è bloccato in mezzo alla strada. Guarda esterrefatto la scena. Non riesce a staccare gli occhi da Succursa e Carmelu.
‘Onna Rosina, incinta al sesto mese, si muove per allontanarsi dalla scena troppo movimentata. Indirizza, con entrambe le mani sulle spalle, Pinuccio verso l’ingresso. Pochi passi e questi è di fronte al marciapiedi. Si ferma. Guarda l’interno, buio, oltre la soglia. La madre, dolcemente, lo spinge ancora per le spalle.
Pinuccio si irrigidisce, tirando il busto all’indietro, e poggia il piede sull’orlo dell’alto marciapiedi. La madre spinge più forte, con un sorriso sulle labbra, mentre si guarda intorno. Magro come un chiodo, il figlio non pesa molto. Sotto la nuova spinta, la gamba destra rigida fa leva, la sinistra si alza, viene portata avanti per ritrovare l’equilibrio. Un’altra spintarella, unita a un secondo sorriso, e la porta viene varcata, senza inutile violenza.
“Non è poi così buio”, pensa Pinuccio. E si calma. Qualcuno suggerisce loro di andare avanti, svoltare a sinistra, seguire il corridoio fino all’ultima porta a sinistra dove, assicurano, sta in attesa il maestro.
Arrivato nel lungo corridoio, Pinuccio vede un’ombra stagliarsi contro i vetri luminosi della finestra in fondo. Solo quando arriva vicino si accorge che il maestro è uno zio: “‘u ziu ‘Geniu!”, si dice sollevato. La madre saluta il marito di una cognata e si attarda un attimo davanti all’aula.
Pascalina consegna il figlio al maestro con poche esplicite parole: “Professuri, chistu ‘na mangia. Minati corpa se no’ studia…. Ca sulu i corpa capisci”. Poi, rapida, si volta e se ne va. Ha fretta e tante cose da fare. Il maestro indica al ragazzo il suo posto e rimane a chiacchierare con Pinuccio e la madre. Si unisce loro ‘a zia Maria, moglie du’ ziu ‘Geniu e maestra elementare per le bambine della prima.
Intanto arriva Succursa. Saluta. Tira su la manica della maglietta del figlio e suggerisce al maestro: “’U tenissi ‘i cca! E bongiornu a tutti i presenti!”. Quindi consegna la cartella a Carmelu e si incammina verso l’uscita, risistemandosi i vestiti scompigliati nella lotta con il figlio.
“Succursa!?”, dice a voce alta il maestro, tra il basito e il divertito. Ma questa non risponde e va oltre. Si ferma quando arriva a metà del lungo corridoio, prima di svoltare verso l’uscita. Il suo viso appare sorridente alla luce che la illumina. Si volta verso il maestro e, a modo suo, si spiega: “’U volistuvu?”. Si riferisce, forse, al fatto che la scuola è un obbligo per tutti i bambini. “Ed eu vu portai. Ora, su’ ca…tinazzi vostri!”. E prende la via dell’uscita.
Carmeluzza, che ha ascoltato le ultime parole, commenta, ironica: “Custumata comu sempri!”. La maestra Maria annuisce con la testa. Poi, si avvia ad accogliere una bambina che arriva con la madre. ‘Onna Rosina, visto l’assembramento che si sta formando, saluta e se ne va.
Il maestro ‘Geniu accompagna il nipote al primo banco e Carmelu all’ultimo. Torna, quindi, a stazionare davanti alla porta per accogliere altri in arrivo. Con un occhio guarda le madri che gli consegnano i figli, con l’altro i ragazzi nella classe. Continuando a parlare, ogni tanto, batte con il righello il banco più vicino alla porta. Si distrae un momento e….
… rapidissimo Carmelu si alza dal banco, corre verso la finestra, aperta perché è ancora una calda giornata, sale sul davanzale e da qui salta per terra (l’aula è al primo piano). Meno rapidi, ma efficaci, altri due lo seguono e sono già sulla finestra. Saltano. Troppo lento il successivo. E troppo basso di statura. Fa fatica ad arrampicarsi sul davanzale.
Il giovane maestro se ne accorge ed è subito su di lui. Lo afferra per la giacca, grande per la sua corporatura, eredità di un fratello maggiore o, forse, del padre. Lo tira giù dalla finestra. Lo sgrida. Lo rimanda al suo posto. Chiude la finestra e si rimette all’ingresso dell’aula. Dopo un poco, rientra e chiude la porta.
I bambini in classe sono agitati. Parlottano continuamente tra loro. Non solo perché è il primo giorno di scuola, ma anche per i tre compagni che sono scappati. Il maestro chiama l’appello, prende nota degli assenti, si alza e passa tra i banchi. Controlla che i bambini abbiano tutto l’occorrente in cartella e fa disporre il necessario sul banco. Quindi, ritorna in cattedra.
Il maestro annuncia che racconterà loro una bella storia. Prende il righello, si alza, si avvicina al muro e mostra una carta geografica. “Questa è l’Italia” e la spiega, luogo per luogo: la Capitale, Roma, la Calabria, l’Aspromonte. “Noi siamo qui!” e mostra un punto sulla cartina. “Questo è il Nord! Questo è il Sud! Questo è l’Est, da dove sorge il sole. Questo è l’Ovest, dove tramonta”.
Pinuccio è affascinato. Gli altri bambini sono tutti attenti e silenziosi. Le spiegazioni continuano a lungo. Qualche bambino fa delle domande. Qualcuno fa lo spiritoso. Il maestro, paziente, risponde a tutti.
Finite le descrizioni, comincia a raccontare la storia.
“La Regione al centro dell’Italia è l’Umbria” e la mostra con il righello. “Il paese al centro dell’Umbria è Foligno” e mostra un punto dentro il colore verde dell’Umbria. “Al centro di Foligno, nella piazza principale, c’è un bar, il Bar della piazza”. Fa una pausa e riprende. “Al centro del bar c’è la sala del biliardo”. Ancora una pausa per accertarsi se ha l’attenzione di tutti. “Al centro della sala c’è il biliardo e al centro del biliardo ci sono tanti birilli”. Pausa per l’effetto finale. “Al centro dei birilli ce ne è uno di colore rosso”. Nuova pausa e conclusione: “è questo birillo rosso il centro dell’Italia”.
Qualche bambino ride. Il maestro ride. E allora ridono tutti i bambini.
Il maestro torna in cattedra, ottiene il silenzio, invita tutti ad aprire il quaderno a righe e a prendere una matita. Fa vedere come si fa. Spiega e mostra come si tiene la matita. Passa per i banchi, con la matita in mano, a mostrare la giusta posizione e a controllare che i bambini stiano eseguendo correttamente. Sistema meglio le dita a quanti non la tengono bene.
Si avvicina alla lavagna e traccia con il gesso una linea verticale. Scandisce: “Questa-è-un-asta!”. Poi domanda: “Che cosa è?”. “Un-asta” ripetono i bambini in coro. “Riempite la pagina di aste, cominciando dalla prima riga in alto a sinistra e andando verso destra fino alla fine del rigo”.
Per un’intera pagina, Pinuccio traccia aste verticali. Segue una pagina di aste inclinate, in avanti. Un’altra, di aste inclinate, indietro. Una terza pagina di aste orizzontali. E così via. Per ore.
Finita la scuola, Pinuccio esce correndo con gli altri ragazzi. Solo poche madri, rispetto alla mattina, sono venute a prendere i figli all’uscita. I suoi compagni corrono a casa da soli. Peppi, il suo compagno di banco, gli si avvicina, saluta ‘Onna Rosina, e mentre si allontana si volta per deridere Pinuccio: “Cotrareju! Cotrareju!”. Allude al fatto che si fa portare e prendere dalla madre, come i bambini piccoli.
Andando verso casa, Pinuccio se ne sta silenzioso. Arrivato alla discesa dell’Ortu ‘i Mallumu, rompe il silenzio e si rivolge alla madre: “La conosco la strada. Domani vado e torno da solo da scuola!”.
‘Onna Rosina sente un balzo al cuore. Sa che la scuola è solo il primo passo di un percorso che gli porterà via il figlio. Gli sorride, comunque, e gli promette che non verrà più a prenderlo. “E nemmeno a portarmi”, aggiunge Pinuccio.
Tornato a casa, Pinuccio ha solo un attimo per mostrare, orgoglioso, al fratello Mimmo, di un anno più piccolo, la propria perizia nel tenere la matita.
Poi, mentre la madre prepara la tavola, Pinuccio esce fuori casa. Va alla destra della staccionata di legno davanti casa. Si aggrappa con le mani alla rete metallica e poggia gli occhi tra le maglie per vedere senza ostacoli.
Guarda gli ulivi oltre l’orto davanti a lui; alza gli occhi verso la fenditura di Barillà; indovina le profonde e strette valli che circondano Oppido Vecchio; osserva la Piana e, infine, appena prima dell’orizzonte, la striscia del mare. Si concentra, come sempre, sul promontorio che si inoltra profondamente nell’acqua azzurra e mostra un profilo degradante a salti, come quello di un coccodrillo che stia, metà fuori e metà dentro un fiume, in attesa della preda.
Da qui, la sera, nel buio che c’è nella Piana, si vedono tante nitide stelle e suo padre, che spesso resta in silenzio come lui, entrambi con le mani sulla rete metallica, gli ha insegnato a individuare, partendo dall’Orsa Maggiore, la stella polare.
Pinuccio sa di avere dietro il maestoso Aspromonte, che tutti chiamano solo La Montagna. Noin può vederlo perché si può vedere solo dalla terrazza di casa.
Pinuccio guarda lontano verso il mare. Chiude gli occhi per un attimo e sente il bisogno di fare il punto delle tante cose che ha imparato quel giorno.
Un pensiero si staglia nitido nella sua mente: “In questo luogo, tra la Montagna e la Piana, c’è il mio Birillo Rosso!”.


