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Il linguaggio di Dante in una rima di Galerazzo di Tarsia

Sonetto XXXIII

Chi di natura vuol l’opra più bella

Veder fra tante, in lei lo sguardo giri

Ch’ha il mio cor seco, e l’alme luci ammiri

Onde Amor le sue scocca auree quadrella;

La dolce ascolti angelica favella

Che può d’abisso far dolci i martiri,

Vegga le trecce d’or, che in gli altri giri

Non c’è ch’unqua pareggi o sole o stella;

Delle guance i bei fior e del bel seno

Contempli i tersi avori a parte a parte,

Della bocca le perle e i rubini.

Ma qual può mente i pregi alti e divini,

ch’occhio non vede, misurar a pieno,

Non che ritrarre altero stile in carte?

Sonetto XXXIII in prosa

Chi vuole vedere l’opera più bella tra le tante della natura, volga lo sguardo verso di lei che ha con sé il mio cuore, e ammiri le luci spirituali [alme] da cui Amore scocca le sue auree frecce;

ascolti la dolce angelica voce che può rendere dolci i martiri dell’inferno [abisso], osservi le trecce d’oro che mai una uguale sia tale da pareggiare (la bellezza de) il sole o (di) una stella;

contempli i bei fiori delle guance e i limpidi avori del bel seno a parte a parte, le perle e i rubini della bocca.

Ma quale mente può misurare a pieno i pregi alti e divini che l’occhio non vede, nonché ritrarre nella scrittura (nelle carte) il fiero [altero] stile?

 

Commento XXXIII

 

Tutti i commentatori, a proposito di questo sonetto, ripetono che il linguaggio utilizzato è dantesco: il verso 2 si chiude con il verbo giri e il verso 7 con il sostantivo giri, che sta per gironi (il riferimento è all’inferno dantesco). Riferimento che, del resto, è già richiamato con il termine abisso che sta per inferno. Vi è, però, anche un verso di ispirazione petrarchesca, preso dal Canzoniere CXXXV, verso 70: “simil già mai né sol vide né stella” che Galeazzo trasforma in “Non c’è ch’unqua pareggi o sole o stella”.

Dopo avere elencato tutte le cose da osservare (la voce, le trecce, led guance, il seno e la bocca) il poeta conclude che la cosa più importante è quella che non si può vedere, il fiero stile che costituisce un pregio alto e divino.

La prima quartina è dedicata all’anima. La seconda quartina e la prima terzina a elementi fisici legati al corpo. La seconda terzina ritorna sul tema dell’immaterialità. Amare significa apprezzare il corpo e gli elementi fisici, ma anche l’anima e anche altri elementi immateriali.

 

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