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Il poeta dopo la morte della moglie

Sonetto XLV

 

Camilla, che ne’ lucidi e sereni

Campi del cielo nuova stella nasci,

E me mal vivo, te membrando, lasci

Ove più le mie notti rassereni;

A me quando che sia pietosa vieni,

Ma di sommo splendor t’involvi e fasci,

Sì che a pena ti scorgo e poi rilasci

Il cor di foco e gli occhi d’umor pieni.

Era, s’ambi feriva, assai men fella

Morte, io felice in questa nostra avvezza

Etade a non serbar cosa più bella.

Ma tu il Signor, s’ella mi sdegna e sprezza,

Prega, o santa, che omai se di bellezza

Ti consoli fior, ch’io ti vagheggi stella.

Sonetto XLV in prosa

Camilla, tu che nei lucidi e sereni campi del cielo nasci [come] nuova stella, e lasci me malvivo, che ti ricordo, quando più le mie sorti rassereni;

Vieni a me quando sei pietosa, ma ti avvolgi e fasci di vivo splendore, così che a pena ti scorgo e poi rilasci il cuore di fuoco e gli occhi piangenti.

La morte sarebbe stata meno traditrice se avesse ferito entrambi, io felice in questa nostra abituata età e non serbare cosa più bella.

Ma tu, o santa, prega il Signore, che la morte [ella] mi sdegna e sprezza, che ormai, se io ti colsi fiore di bellezza, che io almeno ti sogni [vagheggi] stella.

 

Commento XLV

La moglie di Galeazzo, Camilla Carafa, è morta. Il poeta la rimpiange. Immagina che si sia trasformata in una stella e che egli la veda di notte e si senta rasserenato. Essendosi trasformata in un astro splendente, quando per pietà si avvicina al poeta, è appena visibile, e andando lo lascia con il cuore di fuoco e gli occhi umidi. La morte sarebbe stata molto meno traditrice se avesse colpito entrambi, facendoli morire insieme. E, invece, la morte lo sdegna e lo disprezza. Non all’altezza, tuttavia, la conclusione degli ultimi due versi. Un invito a pregare, un riferimento al fatto che la colse nel fiore della sua bellezza, e l’implicita richiesta del permesso di immaginarla trasformata in una stella.

 

 

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