
Sonetto XLIX
Prospero, questa che ti onora e piange,
Fama, fa de’ tuoi merti intera fede:
Quel ch’eri vivo, morto ancor si vede
Ne’ volti impresso di chi duolsi ed ange.
Mira Basenta e ‘l suo fratel, che frange
A piè la riva ove il tuo albergo siede,
Che non più d’oro ma d’inchiostro ha il piede,
Com’, te chiamando, qualitate cange.
L’un cangia qualità, l’altro l’estreme
Voci ti sacra, ed io su questo saldo
Marmo l’incido a tuo perpetuo onore.
O spirto di virtute ornato e caldo,
Nacque teco beltà, senno e valore,
Ed or son qui teco sepolti insieme.
Sonetto XLIX in prosa
Prospero [nome di persona non individuata], questa fama che ti onora e ti piange, fa fede per intero dei tuoi meriti: quello che eri da vivo, tu morto, ancora si vede impresso nei volti di chi si duole e si angustia.
Guarda il Busento e il suo fratello [il Crati di cui il primo è affluente], che si frange al piede la riva dove si trova la tua casa, che non ha più il piede d’oro, ma d’inchiostro [torbido], come, chiamandoti, cambia qualità.
L’uno cambia qualità, l’altro le voci estreme ti consacra, e io su questo saldo marmo [di poesia] le incido a tuo perpetuo onore.
O spirito ornato e caldo di virtù, è nata con te la bellezza, il senno e il valore, e ora sono sepolti qui insieme a te.
Commento XLIX
Sonetto composto in morte di un amico, Prospero, di cui non si conosce la vera identità. Galeazzo ha uno zio di nome Prospero, morto, a quanto pare, intorno al 1550. Solo che tutti i commentatori escludono che si possa trattare di questo. Altri sostengono che sia un nobile cosentino morto a Gaeta e amico di Galeazzo. Di questi, però, non si sa di più.
Il sonetto è alquanto di maniera e non tra i migliori del poeta.


