
Sonetto XVII
Te, lagrimosa pianta, sembra Amore,
Benché altrove i miei mal siano gemme e scogli;
Tu sola e nuda verdi germi e sciogli,
Dal tuo grembo natio divelta fuore:
Ché è sì possente e di cotal vigore
Quella natura che da prima accogli,
Che nuovo parto a generar t’invogli
Allor che ogni altra si corrompe e muore.
Ei dalla speme, onde si nutre e nasce,
Tolto lunga stagion, virtù non perde,
Ma spiega mille ognor freschi desiri.
Lasso, né fredda pietra od erba verde,
Onda, rena, pratello, orto non pasce,
Che a tristo esempio del mio mal non giri.
Sonetto XVII in prosa
Tu, lacrimosa pianta [cipolla], sembri Amore, benché in altri luoghi i miei mali siano [stati da me paragonati a] gemme e scogli; tu sola e nuda sciogli verdi germogli, strappata via dal tuo grembo natio [la terra].
Perché è sì possente e di tale vigore quella natura che per prima accogli, che ti invogli a generare nuovo parto allora che ogni altra si corrompe e muore.
Egli dalla speranza, di cui si nutre e deriva, tolto da lungo tempo, non perde la virtù, ma spiega mille e ancor più freschi desiri.
Infelice [lasso], né fredda pietra o erba verde, onda, sabbia, piccolo prato, orto non alimenta, che non giri a triste esempio del mio male.
Commento XVII
Strana poesia in cui l’amore viene paragonato a una cipolla, pianta lacrimosa come spesso lacrimoso è l’amore che si sente per le delusioni che provoca. Ma la cipolla è anche simile all’amore perché muore e rinasce continuamente e perché non perde la virtù del risorgere ad ogni nuova stagione.
La spiegazione del perché una semplice e banale cipolla possa ispirare questi pensieri il poeta la fornisce nell’ultima terzina quando sostiene che tutto quello che egli vede intorno a sé, una pietra, un’erba verde, un’onda di mare, la sabbia, un prato e persino un orto in cui si producono cipolle gli ricorda l’amore e le sofferenze che questo gli porta.
La cipolla è in questa poesia dell’amore triste, proprio per la sua essenza di pianta che fa piangere chi la taglia.


