
Rima XXVI
Ben ci scorse ria stella e ben sofferse,
Davalo, il terren nostro onte ed affanni
Quando il Franco pel varco, a’ nostri danni,
che il gran Moro additò, strada si aperse.
Ma la man che a suo pro si riconverse
Con dolci di pietà fallaci inganni
(Ahi, come, o speme, il veder corto appanni!)
Mortale in vasel d’oro tosco gli offerse.
Crudel Procuste e di fierezza esempio,
Quante Italia rovine a te non debbe,
Che di Giano da prima apristi il tempio!
Ma vendetta è di noi, sì al ciel n’increbbe,
Che su la trista scena il nostro scempio
Con luci a riguardar liete non ebbe.
Rima XXVI in prosa
Ben ci scorse stella avversa [ria] e ben soffrì, D’Avalos [Fernando Francesco o Francesco Ferrante, marito di Vittoria Colonna, oppure Alfonso D’Avalos, Marchese del Vasto e cugino di F.F. o ignoto amico di Galeazzo], la nostra terra onte e affanni, quando il Francese si aprì la strada per il varco che il gran Moro [Annibale] additò.
Ma la mano che a suo favore si riconvertì, con dolci fallaci inganni di pietà [di Ferdinando il Cattolico], (Ahi come, o speranza, appanni il nostro vedere le cose quando è corto!), mortale veleno [tosco] in un boccale gli offerse.
Crudele Procuste [questo appellativo è riferito, secondo i critici, a Ludovico Sforza detto il Moro] ed esempio di fierezza, quante rovine non deve a te l’Italia, che per primo hai aperto il tempio di Giano [si apriva solo in tempo di guerra].
Ma nostra è la vendetta, così al cielo non dispiacque che sulla triste scena non ebbe a guardare con luci liete il nostro scempio.
[Il sonetto, secondo Bartelli, sarebbe stato scritto nel 1501, quando l’ultimo re d’Aragona, Federico, dopo il tradimento della Spagna, di Ferdinando il Cattolico, se ne va a morire in Francia come Duca d’Anjou].
Commento
Questa poesia è dedicata a tale Davalo, per il quale si sono avanzati vari nomi: Fernando Francesco D’Avalos, grande generale del tempo e marito di Vittoria Colonna, morto dopo aver dato un contributo determinante alla vittoria nella battaglia di Pavia del 1525; Alfonso d’Avalos, cugino di Fernando Francesco, che ha combattuto con il cugino alla battaglia di Pavia, anche lui grande condottiero italiano; un amico o corrispondente di Galeazzo ormai non più identificabile, dato il poco che si sa delle relazioni sociali del poeta.
La prima ipotesi collocherebbe, idealmente, questa poesia al ciclo delle poesie dedicate a Vittoria Colonna. Dopo tanti omaggi alla donna, finalmente un omaggio al marito e grande amore della Marchesa di Pescara. Ci sono, però, anche altri motivi, di tipo politico e militare, a giustificare il fatto che Galeazzo dedichi questa poesia al marito di Vittoria Colonna.
F. Bartelli, nel 1888, in una pubblicazione su Galeazzo di Tarsia, afferma con molta sicurezza che la poesia è stata dedicata a Fernardo Francesco D’Avalos e che è stata scritta nel 1501. Solo che Galeazzo nasce nel 1520. Bartelli è, quindi, dell’ipotesi che questa poesia sia stata scritta da Galeazzo II di Tarsia, VI Barone di Belmonte, cioè dal nonno di Galeazzo III di Tarsia, VI Barone di Belmonte (e vero autore di queste poesie).
Per molto tempo, si è pensato che l’autore delle poesie fosse l’omonimo nonno, nato nel 1450 e morto nel 1513, il quale è stato un militare più importante del nipote e un personaggio politicamente più rilevante (soprattutto al tempo di cui si legge in questa poesia che riguarda la calata di Carlo VIII di Francia in Italia). Galeazzo II di Tarsia ha resistito a lungo all’assedio di Belmonte da parte delle truppe francesi.
Se questo fosse stato vero, Galeazzo II si sarebbe innamorato, in età avanzata, verso i 60 anni, di Vittoria Colonna, giovane sposa di venti anni di Fernando Francesco D’Avalos. Se, invece, come è vero, autore di questa poesia è stato Galeazzo III, questi si è innamorato di una Vittoria Colonna che ha trenta anni più di lui (un amore, platonico, che dura fino al 1547, anno della morte della Marchesa; Galeazzo morirà, ucciso, sei anni dopo).
Un paio di ulteriori commenti sono necessari. Nel quarto verso, Galeazzo parla del “gran Moro” che additò a Carlo VIII la strada (delle Alpi) per scendere in Italia. Come è noto, Carlo VIII è stato chiamato, contro gli Aragonesi di Napoli, da Ludovico Sforza, detto il Moro. Non è, però, Ludovico il Moro l’uomo di cui si dice nella poesia. A Ludovico mal si adatterebbe, come mostra il resto della poesia, il riconoscimento di “grande”. Questo termine si adatta ad Annibale che indica la via delle Alpi a Carlo VIII per il fatto di essere stato il primo, e unico fino a Carlo VIII, ad attraversare le Alpi per conquistare la penisola e farsi re di Napoli.
Nel terzultimo verso, c’è l’espressione “vendetta è di noi”. Se la poesia è dedicata a Fernando Francesco D’Avalos, che vinse la battaglia di Pavia, e prese prigioniero Francesco I, re di Francia, e se questa battaglia fu la fine della preminenza francese in Europa, allora, è stato il condottiero morto in quella battaglia a fare vendetta delle onte e degli affanni portati all’Italia da Carlo VIII. Da ciò, forse, il motivo politico e militare della dedica.


