Skip to main content

Temuta invasione francese di Napoli

By 7 Maggio 2020Maggio 14th, 2020Galeazzo di Tarsia

Sonetto XXXIV

 

Nuovo dal lido occidental già sento

D’aure più liete alla sdrucita nave

Spirar conforto, e dopo amara e grave

Fortuna il ciel men fosco, il mar più lento.

Ma che pro, se lassù smarrito e spento

È il lume, e sorta al suo cammin non have,

E senz’arme e governo or spera or pave

Lieti fiati di questo o di quel vento?

Alta pietà, che dianzi fuor da scogli

Lei campasti sicura ai fidi porti,

Da’ nuovi rischi pur la involi e togli:

E vedrai c’altro che trombi o squille,

Chiaro il buon nome tuo da’ freddi e morti

Risonerà dopo mill’anni e mille.

Sonetto XXXIV in prosa

Dalla Spagna [lido occidentale] già sento spirare conforto di arie più liete al lacerato Regno di Napoli [sdrucita nave], e dopo amara e grave fortuna [Guicciardini] il cielo [farsi] meno fosco, il mare più calmo [lento].

Ma a che pro se lassù la luce è smarrita e spenta, e non c’è riserva [scorta] per il suo cammino, e senza armi e governo ora spera ora teme i leggeri soffi di questo o quel vento?

Alta pietà [Consalvo di Cordova, nel 1496], che da poco Lei [l’Italia] hai tirata fuori dagli scogli [per portarla] sicura ai fidi porti, di nuovo sottraila e toglila dai nuovi rischi:

e così vedrai che altro che trombe e squilli, il tuo bel nome risuonerà chiaro da’ freddi e morti [nomi] dopo mille e mille anni.

 

Commento

È un ulteriore sonetto politico che riflette sulla calata di Carlo VIII di Francia in Italia. Una calata che portò morte e lutti e la conquista di Napoli di cui il re francese si fa re per qualche anno. Adesso, due anni dopo, quella sfortunata (per l’Italia) impresa (troppo facile per Carlo VIII) si sta tentando di ripeterla. Questo sonetto è un invito a reagire per impedire la seconda discesa dei Francesi.

Nelle poesie dedicate a Francesco Fernando D’Avalos morto nella battaglia di Pavia, Galeazzo ha espresso la sua visione politica consistente nel credere che la salvezza dell’Italia l’avesse portata Francesco D’Avalos perché, a Pavia, aveva definitivamente sconfitto i Francesi. Adesso si pone psicologicamente all’anno 1496, ventinove anni prima e ribadisce il concetto (come una profezia perché ancora deve avvenire) che la salvezza dell’Italia avverrà per merito della Francia.

Nel 1496, la salvezza la porterà Consalvo di Cordova, come poi di fatto avverrà. Consalvo di Cordova, detto Gran Capitano, amico d’infanzia di Isabella di Spagna, è stato anche l’inventore del tercio, l’unità di combattimento che ha permesso alla Spagna di vincere tante battaglie nel XVI e XVII secolo. Combatté molte volte in Italia e, soprattutto, in Calabria. Per le vittorie ottenute in questa terra, ebbe in dono la Baronia di San Giorgio Morgeto e fu nominato Duca di Terranova e di Sessa. Creò, nella città di Polistena, una piccola reggia.

Segue un accenno alla sfortuna dell’Italia, nel terzo verso, che sembra ribadire la spiegazione di Francesco Guicciardini per il quale solo la sfortuna ha portato alla rovina dell’Italia nel 1494. Sfortuna materializzatesi nella morte precoce di Lorenzo il Magnifico e del re di Napoli (il saggio Alfonso II sostituito dall’inesperto Fernando II, detto Ferrandino) che garantivano l’equilibrio tra le potenze italiane (insieme al Papato e al Ducato di Milano). Successivamente,però, il sonetto prende una decisa intonazione dalle opere di Niccolò Machiavelli in quanto c’è una forte accusa alle classi dirigenti italiane. Il riferimento è alle élite, a chi governa (“lassù smarrito e spento è il lume, e scorta al suo cammin non have” versi 5 e 6).

Questa poesia è uno dei motivi principali per cui le poesie di Galeazzo di Tarsia VI Barone di Belmonte sono state attribuite al nonno, Galeazzo di Tarsia IV Barone di Belmonte, vivo e militarmente attivo, nel 1494, nella difesa del castello di Belmonte dalle truppe francesi.

 

Leave a Reply