
Sonetto XLII
Alle palme onde vai forte e sublime
A lato a quei che più Italia ornaro,
Trïonfo ormai non si dovea men chiaro
Né frondi al crine di men pregiate crine.
A’ tuoi gran merti, pur che il ver si stime,
Non vanno quei di nostra etade a paro,
Né arbor mai così famoso e raro
Cinse tempie di duce antiche o prime.
Delle fatiche tue gli almi riposi
Ti godi lieto omai, e pon giù l’armi
Nel bel corso di questa alma vittoria.
Poi, se pietà o ragion vorrà che t’armi,
Non fia duce che a te contender osi
Da non sperar giammai sì bella gloria.
Sonetto XLII
Alle palme per cui vai forte e sublime a lato di quelli che più hanno ornato l’Italia, trionfo ormai non si doveva meno chiaro né fronde ai capelli di meno pregiate cime.
Ai tuoi grandi meriti, pure che si stimi il vero, non vanno a paro quelli della nostra età, né mai albero così famoso e raro cinse le tempie antiche e recenti di un duce.
Delle fatiche tue i grandi riposano ti godi lieto ormai, e pone giù l’armi nel bel corso di questa anima vittoriosa.
Poi, se ragione o pietà vorrà che ti armi, non ci sia duce che osi contendere a te da non sperare giammai sì bella gloria.
Commento XLII
Galeazzo di Tarsia dedica questo sonetto a un grande condottiero, a un duce valoroso, il Principe secondo la terminologia del tempo di Machiavelli. Le ipotesi su chi sia questo Principe sono due e hanno senso e significato diversi.
La prima: secondo il Bartelli è Francesco Fernando D’Avalos, marchese di Pescara e marito di Vittoria Colonna. Se questa interpretazione è vera, siccome Francesco D’Avalos è morto nel 1525, dopo aver dato un contributo determinante alla vittoria degli Spagnoli a Pavia, è evidente che Galeazzo ritiene che l’opera del Principe è già conclusa. Francesco D’Avalos, con la vittoria di Pavia, ha di fatto cacciato i Francesi dall’Itala, quei Francesi che erano arrivati nel 1494 con Carlo VIII e avevano cominciato le Guerre d’Italia, seminando lutti e terrore in tutta la penisola. Il Principe non ha, quindi, agito in suo proprio nome per costruire la nazione Italia, ma ha agito per dare protezione all’Italia sotto l’egida spagnola. Si tratta, come si vede, di una distorsione conservatrice della proposta rivoluzionaria espressa ne Il Principe di Niccolò Machiavelli.
La seconda: secondo il Bozzetti il duce valoroso è Garzia di Toledo, spagnolo e marito di Vittoria Colonna jr., nipote dell’altra Vittoria Colonna. Anzi, sarebbe stato composto proprio in occasione delle nozze tra i due. In questo secondo caso, il sonetto è di tipo elogiativo e tende, più che ad elogiare meriti reali, a chiedere aiuto per la propria grave situazione con la giustizia spagnola. Galeazzo è stato, infatti, imprigionato prima a Lipari e poi a Napoli e ha bisogno di sostegni autorevoli per uscire fuori dai guai. Questa seconda ipotesi non convince perché Galeazzo, almeno nelle sue poesie, a parte l’interpretazione meno lusinghiera di questa, è sempre stato vergine di servo encomio.
Dovendoci schierare tra le due interpretazioni, preferisco accogliere la prima anche se sono consapevole che appare perlomeno strano che il poeta dedichi nove sonetti a Vittoria Colonna vedova e, poi, almeno altri due al marito morto di questa.
Per chiudere il commento, vorrei ricordare che la crisi conseguente alla discesa di Carlo VIII fino a Napoli (di cui si proclama re) ha provocato, oltre a quella invocata da Machiavelli, e a quella effettivamente riuscita (ma in ottica del tutto diversa che porterà più male che bene) della venuta degli Spagnoli, anche una terza strategia di reazione, da parte di Venezia.
Fino a quel momento, Venezia si è ritenuta soddisfatta del suo Stato da Tera, stato costituito dopo la sfida portata da Galeazzo Visconti, negli ultimi anni del XIV secolo, a Venezia, spingendosi fin sulla Laguna e progettano di deviare il corso di due fiumi: il Mincio, per conquistare Mantova che resiste, e il Brenta, per conquistare Padova che non si arrende. Venezia è stata, fino a quel momento indifferente all’entroterra italiano ed ha accettato solo dedizioni di colonie marinare. Perché le Repubbliche terrestri italiane (i cosiddetti Comuni) non sono in grado di impensierirla. Senonché, con il tempo, i Comuni principali si ingrandiscono a spese dei Comuni più piccoli e nascono le Signorie. Una di queste è quella dei Visconti.
Galeazzo si espande dalla Lombardia al Piemonte, alla Toscana, dove circonda Firenze, al Veneto, all’Emilia Romagna, etc. e costituisce il territorio più potente, più ricco e più popoloso dell’Europa del tempo. Questo potente Signore, immagina di deviare persino i fiumi, cioè di modificare l’equilibrio della Laguna, e questo Venezia non può accettarlo. Per sua fortuna, Galeazzo muore giovane, di peste, nel 1398, e tutto il suo Stato si sfascia: le varie repubblichette si riprendono la propria libertà. Venezia, immediatamente dopo, comincia un proprio processo di allargamento territoriale alla terraferma, favorendo il fenomeno delle dedizioni.
Le dedizioni (intese come città, popolazioni e territori che si consegnano a uno Stato più grande per ottenere protezione) non sempre sono spontanee. A volte sono la conseguenza di una minaccia di conquista. Venezia, con il Doge Tommaso Mocenigo, detto Tommasone, si espande fino al Mincio, ultimo affluente della riva sinistra del Po. Perché fino al Mincio? Perché, in questo modo, Venezia controlla tutte le acque che, non buttandosi sul Po, si buttano autonomamente nell’Adriatico e, quindi, nella Laguna o in punti vicini alla Laguna che possono mutarne l’equilibrio se spostati.
Prima di morire, si narra che Tommasone, cui i Veneziani erano molto affezionati, abbia invitato i suoi concittadini a non eleggere come Doge Francesco Foscari perché questo voleva spingere il confine dello Stato da Tera fino all’Adda. Questa è una storia a cui hanno creduto tutti gli storici di Venezia, anche se non esiste alcun documento comprovante che questo discorso pubblico di Tommasone sia stato mai fatto.
I Veneziani, anche se non subito, eleggono proprio Foscari come Doge e questo porta i confini di Venezia sull’Adda (che diventerà il confine storico per quasi 4 secoli). Perché andare fino l’Adda, come poi si è fatto? Perché è navigabile e con barche più piccole, praticamente i Veneziani potevano portare le loro spezie e le loro merci fin quasi alla Svizzera. Perché fermarsi al Mincio, come consigliava Tommasone? Perché quello che si perdeva in vantaggi economici, lo si sarebbe guadagnato in vantaggio politici. Fermarsi al Mincio significava dare a Milano la possibilità di espandersi verso Venezia e, quindi, poter avere un alleato per concordare strategie difensive (o offensive) comuni tra i due Stati; andare all’Adda significava costringere Milano entro limiti angusti e fare di Milano e Venezia due nemici irriducibili.
Che Tommasone avesse ragione, lo ha mostrato la calata di Carlo VIII, chiamato proprio da Ludovico Sforza, detto il Moro, Signore di Milano. Milano si sente l’ultimo dei grandi Stati Italiani che reggono l’equilibrio della penisola (Napoli, Firenze e Venezia sono gli altri tre) e ricorre a un potente straniero. Questo porta all’ingresso delle truppe di Carlo VIII in Firenze, Roma e Napoli. Venezia viene risparmiata, ma la sua capacità politica nella penisola viene fortemente ridimensionata, come pure quella di Napoli, Firenze, Roma e Milano.
Secondo la storia, dopo la pace di Lodi del 1454, Francesco Sforza, duca di Milano, inaugura, per mantenersi il ruolo, la politica dell’equilibrio delle cinque grandi potenze della penisola: Milano, Firenze, Roma, Napoli e Venezia. Secondo altri storici, questa politica riesce solo perché un ruolo fondamentale svolgono i Medici che la proseguono dopo la morte di Francesco Sforza, nel 1466. In particolare, è Lorenzo detto il Magnifico l’artefice di questa politica, dalla fine degli anni Sessanta alla morte, il 1492. Che Milano abbia avuto, di fronte a Firenze, Napoli, Roma e Venezia, un ruolo di secondo piano, lo dimostra il fatto che, nel 1494, il duce di Milano, Ludovico il Moro, chiama Carlo VIII, cosa che produce come tragico risultato di ridimensionare il potere di tutte queste città.
Tre di questi Stati elaborano una strategia di reazione a questo dato di fatto: Venezia, che è la principale potenza marinara del Mediterraneo, tenta l’ingrandimento del proprio Stato da Tera: cosa che non aveva mai fatto prima, accetta le dedizioni di alcune città della Romagna. L’obiettivo, come riconosceranno, nel 1512, sia Machiavelli, sia Guicciardini, anche se solo nella corrispondenza, è quello di costruire un grande Stato del Nord come premessa per costruire l’unità d’Italia.
Nel 1512, questa strategia viene bloccata nella battaglia di Agnadello che Venezia perde, perché uno dei due comandanti delle sue truppe, se ne sta fermo senza andare a dare man forte all’altro. Ad Agnadello, vicino Brescia, Venezia deve difendersi dalle armate di quattro re (tre re e un imperatore) unitesi in una alleanza, la Lega di Cambrai, voluta dal Papa Giulio II, il Papa combattente che ha voluto che Michelangelo dipingesse la Cappella Sistina. I Veneziani arrivano vicino a catturare il re di Francia, ma vengono ricacciati via dalla cavalleria, cioè dai nobili francesi che corrono in soccorso del loro re. La battaglia viene persa e Venezia perde tutto o quasi lo Stato da Tera. Padova resiste all’assedio e, così, Venezia riesce a riconquistare quasi del tutto i propri territori (perde Rovereto, che va ai Tedeschi, e le dedizioni della Romagna, che vanno al Papato).
Il motto nel nome del quale si combatte ad Agnadello è, molto significativamente, “Italia e Libertà!”. La sconfitta pone fine alla strategia veneziana di costruzione di maggiore sicurezza nella penisola. Poi, gli Spagnoli, invocati da Galeazzo di Tarsia, si riveleranno una iattura, e rimarrà solo la strategia di Machiavelli, quella delineata con il Principe.
Dopo il 1860, i più servili tra gli intellettuali italiani, cominceranno a indicare Vittorio Emanuele II come il Principe preannunciato da Machiavelli. Ma la cosa è talmente assurda che non farà molta strada.


